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Cagliari:

“Natura Morta, iconografica
contemporanea dell’effimero “


Dieci racconti per immagini delle tragedie e delle insicurezze che caratterizzano la nostra epoca.

Cimentarsi nel realizzare ai nostri giorni un’opera con questo tema non è facile: molto o forse tutto è già stato detto; centinaia sono i capolavori che dalla fine del ‘500 adornano le pareti di pinacoteche pubbliche e private. Tema di grande successo, facilmente appezzabile anche dai meno esperti, specie se colori e forme utilizzati esaltano una “realtà” ricca e opulenta fatta di fiori e frutti e bontà varie quasi da essere indotti ad allungare una mano per gustarli. Nel tempo la “Natura Morta” ha trovato sostenitori anche fra le gerarchie eclesiastiche che hanno visto in questo genere di pittura  la possibilità di far capire la fugacità dell’esistenza umana e delle terrene cose , il palese concretizzarsi in una  immagine del detto “polvere eri polvere tornerai”.

Gli artisti che in questo fine giugno, nella collettiva di Sottopiano si confrontano su  questo tema, pur conoscendo bene il passato, non ne sono da questo intimoriti; per fortuna alle loro opere non viene chiesto più di svolgere una azione catechizzante sulla vanità umana o sulla grandezza eterna di una divinità al di sopra degli uomini; i dipinti che vengono presentati vogliono essere principalmente un fotogramma, irriverente, qualche volta terribile della odierna realtà. Una contemporaneità che rimanda solo a se stessa, tratta dalla cronaca, osservata priva di filtri oscurati dai pregiudizi o moralismi. E così, ecco susseguirsi nelle bianche pareti della galleria cagliaritana dieci opere di identica misura (40x80cm) intervallate del medesimo spazio. Apre la rassegna una polimaterica opera dell’artista romano Vittorio Fava che nella medesima galleria aveva presentato una personale dal titolo “Omaggio a Roma Barocca”. Il pezzo di Vittorio Fava si distingue per ricchezza di particolari, e per sontuosità di impostazione; elementi vegetali  quali foglie di piante tropicali essiccate, frammenti di manoscritti antichi, stampe a puntasecca e acquaforte, inserti di prezioso broccato e foglia oro compongono questo collage dal forte impatto visivo.

Appartenenti invece alla stessa triste tematica sono i lavori di Paolo Carta, Anna Marchi e Andrea Gennaro Aversano. Carta imposta la sua tela sulla immagine in apparenza tranquilla di un triciclo che emerge  caravaggescamente da uno sfondo nero; a rendere drammatica la visione di questo gioco d’infanzia è l’applicazione a rilievo di una sorta di fil di ferro dettagliatamente insanguinato. Non meno cruenta è l’opera di Andrea G. Aversano: in un classico trionfo di brocche, bicchieri, fiori e frutta appare nella parete, che fa da sfondo al tavolo una inquietante serie di fotografie con immagini di giovanissimi appartenenti a differenti etnie. Quasi un album dell’orrore ove con una croce rossa vengono depennati frutti e bimbi già “assaporati”. La composizione a olio di Anna Marchi, fuori da questa mostra e privata del titolo, potrebbe risultare convenzionale e principalmente apprezzabile solo per la maestria della tecnica e per il soggetto accattivante: giocattoli accumulati in un puerile disordine ove naturalmente non manca il rosa coniglietto e il cavallino a dondolo. Ma se lo sguardo si sofferma più a lungo ecco trasparire una certa cattiveria dagli occhi del grazioso Bugs Bunny e ancora così, per nulla tranquilla è la maschera demoniaca posta sulla destra del quadro. Ormai allertato e insospettito sarà facile al fruitore ricomporre il nome che lettera per lettera è scritto sui cubi giocattolo sparsi nella composizione. Un nome che tristemente, nella primavera appena passata, ha commosso per giorni e giorni l’Italia intera: Tommy.

La presenza di una maschera è avvertita anche nel quadro di Giorgio Plaisant che struttura la sua opera in modo scarno: sul tavolo tre oggetti campeggiano e attirano su di loro l’attenzione nonostante lo sfondo della parete e piano del tavolo matissianamente si confondono assumendo la stessa cromia. La valenza simbolica della scatola, della maschera e della lampadina è ormai nota e si richiama a molta produzione pittorica dell’appena passato ‘900. Basti pensare alla “modernità” che rappresenta la lampadina in opere come “Guernica” o in molti trittici dell’inglese F. Bacon. Ed è proprio a questo grande maestro che Plaisant si avvicina per aggiungere una parola sull’umana sofferenza del vivere. Ma il destino dell’uomo sulla terra è legato anche all’istinto di sopravvivenza che la malattia o le azioni umane possono assurdamente limitare. Di queste riflessioni sono intrise le opere di Alessio Massidda, Franco Secci, Tonino Mattu e Sandro. Fortemente impaginata con taglio fotografico e composta su linee oblique  l’opera che presenta Alessio Massidda indaga sulla disumanizzazione che nella nostra epoca l’uomo impotentemente subisce, tanto da trasformarsi in metafisica statua che nella fisionomia lacerata nella zona cranica fa  vedere nettamente una rete di  circuiti e valvole. Uomo cibernetico dunque come ultima difesa per non soffrire degli eventi di quotidiane guerre visibili nello stesso dipinto nello schermo Tv, quadro, finestra. 

Franco Secci, che tra l’altro espone un suo lavoro per la prima volta in occasione di questa mostra, ispirandosi liberamente ai surrealisti e agli iperrealisti , fa levitare una sigaretta accesa che proietta sulle trame di un candido tessuto-tovaglia la sua ombra. Piacere del vizio e consapevolezza del danno alla salute vengono abilmente uniti in una opera che, se fosse privata di una allarmante e disturbante saetta rossa posta in basso a destra, potrebbe essere usata come efficace immagine pubblicitaria.

Le opere di Tonino Mattu e Sandro si contrappongono notevolmente: il primo denuncia la innaturale dipendenza dal farmaco (sia medicinale che stupefacente) con un dipinto dall’emblematico titolo: “Fin che morte non ci separi”; Sandro invece racconta l’impegno, certo sostenuto e alimentato da una eroica, incrollabile, ferrea convinzione religiosa o politica, nella preparazione di strumenti di assurda distruzione fisica. Congegni artigianali studiati nei più minimi dettagli, anche estetici, ove il mancato funzionamento finirebbe per limitare pesantemente il raggiungimento e il trionfo della idea di base.
Mattu per raccontare la vita usa uno stile essenziale, minimalista e privo di qualsiasi affettazione. Sandro invece baroccamente “decora” la morte utilizzando l’ipocrisia della parola (peace), la gradevolezza dell’immagine e del colore.

A chiudere questa “visione” collettiva della attualità odierna è il quadro di Piercarlo Carella inquietante e … sublime nel suo essere contemporaneamente affascinante e spaventoso. Numerosi simboli e allegorie si alternano all’interno di questa composizione che un pò viene danneggiata dalla perfezione tecnica, fine esecuzione certosina che fa distrarre privando allo sguardo di cogliere i significati sottesi che questa opera, con un linguaggio criptico, vuole dare.
 
                                                       Arch. Giordano

Natura Morta, iconografia contemporanea dell'effimero.
Fino al 7 luglio 2006.
Galleria Sottopiano Beaux-Arts,
via Scano 92 – Cagliari.
 Orari: lunedì-venerdì 18.00-20.30.
 Ingresso gratuito.
 Infoline: tel. 338.4266266.
 Web Site: http://www.sandrogiordanoartgallery.com/.   


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Dettagli su: “Natura Morta, iconografica
contemporanea dell’effimero “
Articolo pubblicato il:
26-06-2006
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