Ultimo piatto di donna, ovvero una maniera di vivere la solitudine
Krapp immobile guarda fisso
davanti a sé. Il nastro continua
a girare in silenzio.
S. Beckett
“Io canto il corpo come se fosse dipinto sulla tela” dice Paolo Carta nelle immagini impresse sulla carta dai suoi ciak fotografici.
La carta infatti è la tela nella quale con garbo e finezza trasponde sguardi, gesti, pensieri di donna.
Inoltre sulla carta che diviene tavola conchiusa ritrae con consequenzialità misurata un discorso che si esplica attraverso le immagini di una gestualità ritmica, lenta ma sicura, decisa che darà adito ad azioni inaspettate ed esiti sconcertanti ed estremi come nella vera e migliore Body-art a cavallo degli anni settanta. Un discorso che è dominato dai silenzi provocati con e per la forza degli scatti che hanno annullato qualsiasi possibilità sonora anche se non è difficile immaginare che quel nero spazio-caverna sia stato attraversato almeno da eco profonde.
Infatti nel primo giorno della sua prima personale è il disagio acustico che si vive nell’assistere alle sequenze visive che inscenano un vero e proprio dramma teatrale.
Il fatto che Paolo Carta abbia voluto accompagnare alle immagini suoni, sibili, sonorità smorzate e vocalismi sensuali che ricordano certi pezzi musicali coi quali Luciano Berio accompagnò la sublime voce di Cathy Berberian, non ha comunque abolito quel senso di “apnea acustica” che si soffre quando si è sott’acqua e una grande sensazione di soffocamento e angoscia si può cogliere. E in questa atmosfera siamo rapiti dalla visione di fotogrammi dove la mano dell’artista incide spirali che avvolgono la figura circoscrivendone i movimenti e accompagnandoli come con un adagio musicale nei cerchi concentrici o volute di un suono che si propaga nello spazio. Fotogrammi che fanno scivolare una successione di pose di un corpo femminile le cui sinuosità inscenano geometrismi tracciando linee e angoli in cui la luce si diffonde e cavità dove questa muore, sprofondando in antri che inghiottono lo sguardo nell’oscurità di una stanza dominata dal buio più nero.
Nel mondo filtrato dal corpo di una donna questa si prepara a compiere il suo sacrificio –l’ultimo- e, come sempre è accaduto nelle occasioni rituali, prepara il corpo ad essere offerto e immolato per essere accolto diverso.
Prima lo cosparge di argilla e, diventato tellurico chiede, dopo essersi cosparsa e vestita del suo sangue, di essere accettata nelle viscere della terra-madre dove, in posizione fetale, si appresta a ricominciare il suo ciclo vitale-Della sua vita precedente non rimarrà che la sua brutta sedia vuota e imbrattata di sangue, poggiata su un tappeto –nero sacco di spazzatura- che si vedrà buttato via assieme ai cocci dei piatti dove non si è mai mangiato nulla ma solo versato lacrime e sangue in un mare di silenzio in attesa di qualcuno che non è mai giunto.
Mentre il Krapp di Beckett continua a registrare –da uomo- le sue memorie su nastro, la donna delle opere di Paolo Carta affida al piatto la sua solitudine intrisa di incrostazioni nere e rosse, fedele ad un simbolismo tra i più schietti e di grande forza drammatica.
Caterina Spiga
“INTO“
Mostra fotografica di Paolo Carta
Al Sottopiano Beaux-Arts Gallery
Via Scano 92 Cagliari
Fino al 12 maggio 2006
Sito web. http://www.sandrogiordanoartgallery.com/
e-mail. kwood@tiscali.it