G. W. Friedrich Hegel

G. W. Friedrich Hegel

Filosofia: riconciliazione con la realtà

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, uno dei padri fondatori della filosofia del 1900 ed esponente assoluto dell’idealismo tedesco, nasce il 27 agosto del 1770 a Stuttgart, da una famiglia benestante di religione luterana. Muore invece il 14 novembre del 1831 a Berlino. Studia teologia all’università di Tubinga, seguendo la linea dell’ortodossia luterana, dal punto di vista teologico, ma rimane aperto alle influenze delle idee di Spinoza, di Rousseau e Kant, dal punto di vista filosofico. Amico del poeta Hölderlin e del filosofo Schelling, con i quali pianta un “albero della libertà” per celebrare l’anniversario della presa della Bastiglia e la vicinanza ai principi ispiratori della Rivoluzione francese. Dal 1801 insegna nella facoltosa università di Jena, dove in precedenza avevano insegnato Fichte, Schiller, Reinhold, per tenere importanti corsi di logica, metafisica, filosofia della natura e filosofia della spirito, storia della filosofia e matematica. Nel 1806 compare la prima opera fondamentale del pensiero hegeliano destinata alla pubblicazione, la Fenomenologia dello spirito. Qui Hegel si distacca dai filosofi romantici, quali Fichte e Schelling, secondo i quali l’Assoluto è immediatamente dato. Dall’Assoluto non si può partire, deve ricevere una giustificazione per essere compreso come idea e dunque come realtà, Logos.

La logica-metafisica hegeliana infatti tratta non di una realtà trascendente, ma dell’Assoluto in quanto realtà. Il vero è l’intero, cioè la realtà considerata nel suo sviluppo: l’Assoluto è essenzialmente il risultato di uno sviluppo, che per essere saputo deve essere preso insieme con il risultato. L’Assoluto non è più unità indifferenziata, espressa unicamente dal principio di identità A=A, simile a «una notte nella quale tutte le vacche sono nere»: al contrario, esso tiene in sé tutte le sue differenze, ovvero tutte le determinazioni delle cose che costituiscono le dinamiche evolutive dell’intera realtà. Concepire il vero, l’Assoluto, in questo modo significa considerarlo non semplicemente come sostanza, come realtà statica, ma al contrario principio attivo, costantemente in moto, appunto spirito. Segue un movimento dialettico, che passa attraverso la negazione, nella quale il soggetto è in sé. Esso è perciò il movimento conoscitivo che permette alla coscienza naturale di conoscere ciò che essa è in sé.

Nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche (1817), suddivisa nelle tre parti fondamentali, logica, filosofia della natura e filosofia dello spirito, definisce il concetto di spirito come l’idea cosciente di sé, che in seguito all’oggettivazione nella natura, ritorna in se stessa, ormai consapevole. La consapevolezza dello spirito è la conditio imprescindibile del sistema filosofico hegeliano, poiché, come spiega nella prefazione ai Lineamenti della filosofia del diritto (1820), la filosofia «è lo scandaglio del razionale, appunto perciò è la comprensione del presente e del reale». La filosofia ha il compito di entrare nelle problematiche di un’epoca, di comprenderle, attribuire loro una giustificazione ed una spiegazione che possa mostrarne la razionalità, proprio perché «ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale». L’obiettivo dei Lineamenti è dimostrare che non tutto ciò che esiste è razionale, ma che ad esserlo è la sostanza dell’esistente, ovvero le varie istituzioni, lo Stato. Queste hanno una loro ragion d’essere, ampiamente dimostrata nella trattazione dello “spirito oggettivo”, realizzabile soltanto all’interno del processo storico. Lo spirito oggettivo hegeliano, inteso come diritto (legge), moralità (legge interiore) e eticità (vera realizzazione della libertà), è da considerarsi appunto come estrinsecazione della libertà individuale e sociale, in quanto realtà visibile agli occhi, tramite costumi e istituzioni sociali.

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