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Auschwitz a Roma: 69 anni dopo

Era il 16 ottobre del 1943: un sabato, giorno di festa nel ghetto. Il rastrellamento degli ebrei ebbe inizio alle ore 5:15 di un mattino non ancora illuminato. Proprio a Roma, sede del Papa e della solidarietà, in una sola giornata un intero quartiere scomparve, senza lasciare traccia : 1024 vittime, 200 bambini.

Si tratta di numeri e date facilmente dimenticabili, di un dramma che sta pian piano scomparendo, un oblio dovuto forse alla necessità di credere ancora alla grandezza dell’uomo. L’ordine di organizzare un’azione di sorpresa, così da “trasferire in Germania e liquidare tutti gli ebrei romani” era giunto a Herbert Keppler, comandante delle SS a Roma, il 24 settembre del 1943. Tutto era pronto e gli ebrei erano assolutamente inconsapevoli. Soltanto pochi giorni prima avevano riunito insieme tutte le loro forze per cedere 50 chili d’oro ai tedeschi, pensando di pagare così pegno per la loro libertà. Il 22 ottobre il treno, partito dalla stazione Tiburtina, arrivò ad Auschwitz.

Tra le 1024 vittime della deportazione, soltanto sedici ebrei poterono tornare a casa, tra questi una sola donna: Settimia Spizzichino. «Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini… e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli… Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? “Campo di concentramento” allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager».

Si tratta di un estratto del testo “Gli anni rubati” dell’unica superstite alla deportazione di Roma, che per tutta la vita sentì il bisogno di testimoniare in onore di  coloro che non poterono tornare.

Sono passati sessantanove anni. Il 16 ottobre è uno dei tanti giorni della “memoria”; un  ricordo staccato al fluire del tempo che, benevolo con la nostra coscienza, scorre inesorabile, permettendoci di non pensare.

A volte, tuttavia, è necessario tornare a riflettere su ciò che ha rappresentato il dramma più grande dell’umanintà, privo di similitudini o antecedenti.

Quest’anno, presso il Palazzo della Cultura in via del Portico d’Ottavia 5, il Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, riconsegnerà alla comunità ebraica di Roma i documenti rinvenuti presso gli archivi all’International tracing service di Bad Arolsen, a proposito dei numerosissimi bambini deportati dai nazisti durante l’occupazione romana. Verrà inoltre presentato il testo “16.10.1943. Li hanno portati via”, prodotto a cura del Progetto Storia e Memoria della Provincia di Roma. Nel libro sono contenute moltissime testimonianze, foto e lettere delle famiglie scomparse durante la persecuzione nazista nella Capitale.

Un’occasione per ripensare e soprattutto per comprendere quanto la tragedia dell’Olocausto sia ancora presente e forte nella vita degli uomini. Si nasconde dietro i volti rigidi dei negazionisti, che definiscono Auschwitz una leggenda della quale esistono solo verità ufficiali contraddittorie, non soggette a verifica storica; si cela dietro i mostri che il 6 luglio 2012 hanno staccato la targa che indica la via dedicata alla testimonianza di Settimia Spizzichino, presso il XX Municipio; si ripete in ogni forma di razzismo o emarginazione.

Ai sopravvissuti, ieri, l’onere della scrittura, così da incidere su una pietra tombale il ricordo di un popolo scomparso.

A noi, oggi, il compito di tener vivo il ricordo della tragedia, mostrandoci sufficientemente sinceri ed umili per abbassare la testa e tacere di fronte ad ogni tentativo di entrare nel vivo della questione.

Elie Wiesel, ebreo di origine rumena sopravvissuto all’Olocausto, e autore di uni dei testi più sconvolgenti della Shoah “La notte”, così scrive in uno dei racconti contenuti nella raccolta “L’ebreo errante” : “La lezione dell’Olocausto, se ce n’è una, è che la nostra forza non è che illusoria e che in ciascuno di noi c’è una vittima che ha paura, che ha freddo, che ha fame. E che si vergogna”.

Alice Andreuzzi

16 ottobre 2012

Auschwitz a Roma: 69 anni dopo ultima modidfica: 2012-10-16T10:56:56+00:00 da Alice Andreuzzi

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