11 settembre 2001, il silenzio assordante dei «jumpers»

11 settembre 2001, il silenzio assordante dei «jumpers»
The falling man

L’11 settembre 2001 è un giorno indelebile nella memoria collettiva, come indelebili sono le immagini che da allora non ci abbandonano. Ricordare l’apocalisse delle Twin Towers significa ritornare ai filmati dell’impatto del primo aereo, seguito dall’impatto del secondo, e alle foto scattate, istanti catturati e fermati per sempre nella storia.

Come quella divenuta celebre con il nome «The falling man», simbolo di tutte quelle persone, oltre duecento, che come lui scelsero di non attendere la morte ma di lanciarsi nel vuoto, «jumpers», o che scivolarono nel disperato tentativo di salvarsi scendono lungo la facciata aggrappati alle colonne o alle rotaie usate per la pulizia dei vetri esterni. Corpi che cadevano a terra o sui tetti degli edifici vicini come pioggia umana, che producevano tonfi e botti simili a tante esplosioni.

 11 settembre-3Ancora oggi si trattiene il respiro davanti a queste vite eternizzate in uno scatto, che scuotono perché istintivamente si viene travolti da un tentativo di immedesimazione. Rinchiusi come topi in trappole roventi, senza possibilità di fuga, sconvolti da una realtà che improvvisamente terrorizza e annienta. Quali i pensieri di quanti sono stati immortalati affacciati alle finestre?

In un’immagine si vede protendere all’esterno, stretto tra le mani, un bimbo piccolo, come per salvaguardarlo dal calore sempre più insostenibile e dal fumo che si sprigiona dalle fiamme, o per richiamare l’attenzione, una disperata ed inutile ricerca di un aiuto almeno per quel bambino.

In un altro scatto si intravedono due persone sopravvissute all’impatto affacciarsi sul bordo dello squarcio prodotto dall’aereo, inermi davanti al baratro di quell’altezza vertiginosa, inermi di fronte alla salvezza della propria vita, forse affidata a quel salto nel vuoto.

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Negli Stati Uniti queste immagini sono tuttora considerate un tabù, da bandire dalla documentazione del giorno più fotografato e ripreso della storia contemporanea per rispetto delle vittime e delle loro famiglie. Eppure, è proprio attraverso questa memoria visiva che quel giorno rimane indelebile, immortalato nel suo lacerante significato.

Le parole della Fallaci in «La rabbia e l’orgoglio» fanno ben capire come ci si sentisse quella mattina, testimoni di un inferno che ha cambiato le coscienze, perché da quel momento ognuno di noi si è sentito partecipe di un destino che poteva essere il proprio. A morire non erano soldati in guerra, ma erano donne, uomini e bambini, ognuno al centro della propria vita, chi al lavoro, chi turista, chi soccorritore. Vale la pena rileggere quanto scrisse la Fallaci, rompendo un silenzio che durava da dieci anni:

«E l’aereo s’è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro. Erano le 9 e un quarto, ora. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’aria. Sì, sembravano nuotare nell’aria. E non arrivavano mai. Verso i trentesimi piani, però, acceleravano. Si mettevano a gesticolar disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help. E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a sasso e paf!
Sai, io credevo d’aver visto tutto alle guerre. Dalle guerre mi ritenevo vaccinata, e in sostanza lo sono. Niente mi sorprende più. Neanche quando mi arrabbio, neanche quando mi sdegno. Però alle guerre io ho sempre visto la gente che muore ammazzata. Non l’ho mai vista la gente che muore ammazzandosi cioè buttandosi senza paracadute dalle finestre d’un ottantesimo o novantesimo o centesimo piano. Alle guerre, inoltre, ho sempre visto roba che scoppia. Che esplode a ventaglio. E ho sempre udito un gran fracasso. Quelle due torri, invece, non sono esplose. La prima è implosa, ha inghiottito se stessa. La seconda s’è fusa, s’è sciolta. Per il calore s’è sciolta proprio come un panetto di burro messo sul fuoco. E tutto è avvenuto, o m’è parso, in un silenzio di tomba. Possibile? C’era davvero, quel silenzio, o era dentro di me?».

Ogni anno è giusto che la memoria rompa il silenzio di chi non può più parlare, di chi al telefono urlava “help, help”, di chi presagiva la morte imminente, di chi non aveva colpa alcuna. Di questa data molto si è detto, scritto e visto, molto altro ancora si aggiungerà nella moltitudine di parole utili e inutili, di verità e fantaverità. Ma non è questo il punto. Oggi si ricordano le vittime, non i poteri e le guerre prima, dopo e durante. Le vittime, punto. Che avevano un nome, un volto, una vita.

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