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La Casa dei Vettii, vicolo di Mercurio, Pompei

Polaroid dal passato

Lo straordinario fascino che le rovine di Pompei suscitano dalla loro scoperta fino ad oggi, risiede sicuramente nella completezza del sistema urbano, conservatosi come in una foto d’epoca, degli edifici pubblici, con le loro iscrizioni, i monumenti e le suggestive vestigia della loro decorazione,  ma soprattutto, più toccanti e suggestivi, negli ambienti domestici, le abitazioni private. Luoghi in cui la tragedia ha conservato intatta gli ultimi attimi della quotidianità, dell’intimità delle famiglie pompeiane.

Delle tante case pompeiane citate per le straordinarie testimonianze sul gusto decorativo ad affresco, per la mobilia o per le statue, come la Casa del Fauno o la Casa del Poeta tragico, straordinari esempi di un gusto raffinato e di un lusso sobrio ed elegante, una fra le molte merita una citazione: la Casa dei Vettii.

 

Meno nota di altre, questa domus ha una storia particolare che, come tanti edifici pompeiani, ci tramanda essa stessa. La casa cominciò ad essere scavata nel 1894; subito dopo la scoperta, le straordinarie testimonianze pittoriche furono messe al sicuro con la ricostruzione del tetto;  tanta rapidità di intervento e maestria dell’esecuzione hanno consentito che i suoi affreschi, pavimenti e oggetti d’arredo giungessero in così buone condizioni fino a noi.

Senza fare troppi sforzi di fantasia, potremmo immaginare di essere un cittadino pompeiano, che per un qualunque motivo deve andare in visita da uno dei membri della famiglia dei Vettii. Se non ricordassimo esattamente a quale porta bussare, verremmo rapidamente tolti dall’impaccio leggendo sul muro esterno di una bella casa del Vicolo di Mercurio, due iscrizioni elettorali che riportano per esteso, incise nell’intonaco, i nomi dei proprietari della casa.

 Il nome della casa, infatti, è stata confermato durante gli scavi dal rinvenimento di due sigilli bronzei trovati presso la cassaforte, nell’atrio, che riportavano appunto i nomi di A. Restituti e A. Vetti Convivaes. Molto probabilmente  questa ricca abitazione apparteneva a persone del ceto dei liberti: Vettii infatti risultano essere degli homines novii, ovvero degli ex schiavi che attraverso una pratica detta manomissio, accedevano alla libertà e dunque allo status di liberti. Da quanto possiamo desumere osservando la loro casa, e poiché sono rimaste testimonianze del fatto che uno di loro era un augustales, ovvero un sacerdote i cui privilegi erano pari agli obblighi finanziari che si addossava, la famiglia dei Vettii disponeva di una certa tranquillità finanziaria.

La struttura della casa ci racconta che l’abitazione fu pensata e realizzata in un’epoca molto precedente all’eruzione; il modo di disporre gli ambienti, detto “impianto a doppio atrio” implica una certa antichità, specie confrontandolo con abitazioni più moderne: si doveva trattare dunque di una vecchia casa, appartenuta ad altri proprietari e acquistata dai Vettii in seguito. La casa inoltre presenta tracce di lavori di sistemazione: una ristrutturazione, probabilmente  avvenuta in occasione della vendita ai Vetti, intorno alla metà del I sec. d.C., e di lavori resisi necessari dopo il terremoto del 62 d.C..

Ma tornando alla nostra visita presso la casa, dopo aver attraversato l’uscio d’ingresso, abbiamo modo di entrare subito in contatto con il gusto dei proprietari. Entrati nell’angusto spazio dell’ingresso, un servo addetto alla portineria ci avrebbe accolti, come in tutte le domus pompeiane, e ci saremmo dovuti presentare e attendere di esser fatti accomodare nell’atrio per essere annunciati al padrone di casa.

Nell’ingresso della casa dei Vettii avremmo subito notato una serie di piccoli grandi gioielli, testimonianza delle abitudini, degli usi e costumi degli abitanti di questa casa. La nostra vista abbagliata dalla luce della strada, si sarebbe lentamente abituata alla semioscurità di questo piccolo ambiente: dal colore scuro con cui sono dipinte le fauci spiccano alcuni quadretti, di gusto naturalistico, che fanno parte di un tipo di decorazione abbastanza diffusa in questi contesti di passaggio; le scene rappresentano un combattimento fra galli, l’immagine di una pecora con gli attributi del dio Mercurio, una borsa contenente del denaro e un caduceo. Si tratta di piccoli dipinti di repertorio, che non esprimono particolari messaggi, finalizzati esclusivamente a decorare in modo sobrio e raffinato.

 

Di carattere del tutto diverso è l’immagine posta sullo stipite destro della porta dell’atrio, immagine che, se non fossimo un pompeiano, ma un moderno turista, ci avrebbe lasciati a bocca aperta per l’audacia e allo stesso tempo, strappato un  sorriso per  il genuino sentimento di superstizione. Una figura del dio Priapo, il cui fallo gigante è rappresentato in bella vista per impedire al malocchio di varcare la soglia della casa. La scena è accentuata dal fatto che il membro è posto sul piatto di una bilancia a compensare il peso del denaro posto sull’altro piatto. Evidentemente gli abitanti di questa casa, intimoriti dalla possibilità che l’invidia o la cattiva sorte potesse mettere in dubbio la loro posizione, si erano muniti di un talismano facilmente leggibile.

Ma adesso che i nostri occhi si sono abituati alla penombra, osservando bene il piccolo ambiente, scopriamo che può fornirci anche informazioni di carattere ben più pratico e meno scaramantico. Un’altra piccola rarità di un genere più diretto e popolare è conservata sull’intonaco bianco della parete sinistra; un piccolo graffito ricorda il prezzo di una prostituta greca, Eutychis, definita come moribus bellis,brava, distinta.

La nostra attesa viene premiata facendoci accomodare nel ricco atrio: un ampio ambiente di forma irregolare con al centro il grande impluvium, una vasca in questo caso di forma quadrangolare, posta in corrispondenza di una apertura sul soffitto, il cui tetto aveva una pendenza che garantisse il deflusso dell’acqua piovana e dunque di un rifornimento costante per la casa, all’interno della piscina sottostante. L’ambiente presentava sul fondo una grande apertura tripartita, che dava accesso al peristilium, il giardino colonnato sul retro della casa. Le altre pareti dell’atrio erano scandite dalla presenza di varie aperture che davano accesso a numerosi ambienti e disimpegni.

Attendendo  di essere accolti dal proprietario di casa avremmo potuto osservare i semplici pavimenti, costituiti da materiali poveri, battuti di lavapesta o cocciopesto, e non da tarsie marmoree o elaborate decorazioni policrome, come in molte case certamente più ricche di Pompei. In questo ambiente erano conservate le due casseforti che conservano i nomi in lettere bronzee dei proprietari di casa. Si tratta di oggetti imponenti, posti in bella vista, su basamenti sopraelevati da terra per custodirli dall’umidità e riccamente decorati da ornamenti in bronzo. Ma anche se l’attesa fosse stata più lunga del previsto non ci saremmo potuti annoiare: la straordinaria raffinatezza della decorazione parietale ci avrebbe distolto ed impedito di annoiarci. Lungo le pareti, all’altezza dello zoccolo, una serie di bambini sono intenti a compiere degli atti sacrificali in onore delle divinità custodi della casa, i penati. Nel fregio centrale infatti, sono presenti una serie di amorini che giocano con vari attributi riferibili a queste divinità.

Certamente la lunga attesa ci avrebbe indotto a dare un’occhiata ad alcuni dei piccoli ambienti che avevano accesso da questo atrio, i cubicola. Questo era il nome delle stanze destinate a camere da letto nell’antichità. Generalmente esse si presentavano come ambienti ciechi, caratterizzati dalle piccolissime dimensioni; la mobilia era spesso essenziale, costituita dal letto, l’armadio e qualche tavolino e sedie. Sbirciando noteremmo che uno dei cubicula della casa dei Vetti presenta una raffinatissima decorazione costituita da un fregio continuo a tema marino. Osservando che il letto è disfatto ma vuoto e che il braciere posto sul suo sostegno è ormai spento, possiamo trattenerci e osservare le meravigliose pareti. Pesci pregiati si susseguono in una teoria dettagliatissima di particolari e effetti illusionistici. La parete di fondo in particolare presenta un quadretto centrale, probabilmente appartenente alla decorazione precedente che rimane del tutto illeggibile, ma che somiglia ad un secondo quadretto posto sulla parete destra, dove è rappresentato Leandro che nuota nell’Ellesponto per raggiungere l’amata Ero, sull’altra sponda. La scena è osservata dallo schiavo di Leandro  che lo osserva mentre ne custodisce i vestiti. Un ultimo quadretto, posto sulla parete sinistra rappresenta Arianna che svegliata da un amorino, scopre di essere stata abbandonata a Nasso da Teseo. Evidentemente chi occupava questa stanza aveva un raffinato gusto per i paesaggi marini.

Sarebbe impossibile a questo punto non prestare per un attimo orecchio al vocio, tutto femminile che proviene dal lato opposto dell’atrio: il quartiere servile!Da un passaggio posto di fronte al cubiculo appena visitato, si accede alla parte della casa dedicata alle cucine agli ambienti di servizio. Un piccolo atrio, con un impluvio di dimensioni ridotte rispetto a quello dell’ingresso padronale, da accesso agli ambienti della cucina e alle camere occupate dalla servitù. In questo atrio potremmo vedere uno degli elementi più diffusi nelle abitazioni private romane, ricche e povere, nobili o servili. Qui si conservava e noi lo possiamo vedere i vecchio larario edificato dai vecchi proprietari. Tutto l’atrio si caratterizza per una certa rozzezza dei materiali e per le ridotte dimensioni, e proprio per questo spicca maggiormente la ricca elaboratezza di questo piccolo monumento domestico. Le abitazioni romane erano protette da divinità molto antiche, dette Lari, che costituivano i protettori della casa e dal Genio. Questo è il demone della casa, direttamente legato al proprietario, mentre i Lari sono legati alla terra. Ogni persona secondo tale tradizione ha un suo genio, le donne hanno una Iuno, e la loro funzione è quella di custodire la forza generatrice e i valori morali. Nasce e muore con il personaggio cui appartiene.

 

L’origine dei Lari è legata ai culti agricoli; abbinato al culto della Vesta, la protettrice del focolare i Lari familiares divennero i protettori delle famiglie. A queste divinità erano poi associati i Paenates, divinità protettrici del penus, la dispensa dei viveri, e dunque identificavano il benessere domestico. Nelle ricorrenze legate al Genio, nel giorno della nascita ad esempio, gli viene offerto del vino, l’incenso e altri doni come ad esempio delle focacce.  Il rito devozionale era espletato all’interno delle mura domestiche e si caratterizzava per la presenza di un piccolo luogo di culto ricavato in un luogo intimo ma comune della casa. In questo caso si  tratta di una riproduzione in scala della fronte di un tempio, con due semicolonne corinzie e un timpano ornato con bucranio e patera, che conteneva al suo interno il Genio, con la toga praetexta, che gli copre la testa, nell’atto di fare un sacrificio accompagnato da due Lari danzanti.

In questo caso, come spesso accade, l’immagine è completata dalla presenza di un serpente: questo animale è sacro e protegge il sacello dei Lari. Spesso serpenti venivano dipinti sui muri esterni delle case per offrire una maggiore protezione all’abitazione e ai suoi occupanti.

Da questo piccolo atrio abbiamo, seguendo il vociare abbiamo accesso alla cucina vera e propria. Rimanendo sull’uscio, senza farci vedere possiamo osservare il fuliginoso ambiente dove vengono cotte le vivande: sul  focolare in muratura troneggiano le pentole di terracotta, accanto per terra i treppiedi e accanto sono appoggiate le caldaie in bronzo. Altro vasellame bronzeo e ceramico è riposto sulle mensole. In questo ambiente  la temperature è più alta, e si fa fatica a respirare per la pungente presenza del fumo. Il cuoco e le due sguattere, dopo aver acceso il fuoco si preparano alla giornata di lavoro, per la preparazione delle vivande. La cucina è collegata con una serie di piccoli ambienti: uno è l’alloggio del personale della cucina, alcune sono delle stanze cieche adibite a dispensa e ad ambienti di servizio.

I pasti che venivano preparati in questi ambienti potevano essere consumati in due differenti ambienti a seconda della stagione: in inverno nel triclinio invernale, un ambiente privo di aperture, alle spalle della cucina, accessibile dal giardino e connesso a due ambienti, probabilmente due camere private e in estate nel grande triclinio accessibile dall’atrio principale e  affacciato sul giardino. Entrambi questi ambienti erano finemente decorati, mantenendo un gusto raffinato ma sobrio. Gli ospiti invitati ad una cena in casa dei Vetti infatti sarebbero stati fatti accomodare in una delle grandi sale che si aprivano sul peristilio, il giardino interno della casa. Se la nostra visita fosse stata in occasione di una cena, avremmo visto queste sale ingombre di letti triclinari, candelabri, lucerne e stoffe. Tavolini bronzei con vassoi carichi di pietanze avrebbero rallegrato e riempito lo spazio. Brocche, bicchieri e vasellame avrebbe scintillato alla luce fievole e una musica leggera avrebbe rallegrato e attutito il chiacchiericcio degli ospiti. Queste sale deputate all’ospitalità, avevano una decorazione molto elaborata; in particolare l’ambiente più grande aveva una decorazione che coniugava gli affreschi parietali alle grandi tele lignee dipinte, costituendo un sontuoso scenario. Muse, poeti, baccanti e satiri decorano la fascia più alta della parete. La decorazione prosegue più in basso coppie di divinità; nella zona mediana sacerdotesse e Amazzoni si susseguono lungo le pareti  e infine lo zoccolo in basso è decorato da candelabri marmorei e tripodi bronzei. Completa la decorazione la presenza di pinakes, quadretti a sportello con scene di sacrificio a Diana e fanciulle che raccolgono fiori.

Sarebbe stato incredibile partecipare ad una di queste cene! Ma al momento le sale sono silenziose e vuote, rimangono nella penombra, mentre la casa è ancora affaccendata nelle attività mattutine. Il sole che illumina questi stupendi ambienti si riflette in piccoli bacini d’acqua, scintillando nell’ombroso peristilio. Come dicevamo il punto di raccordo di questi eleganti ambienti è lo straordinario giardino. Di forma rettangolare, è caratterizzato dalla sovrabbondanza di sculture marmoree e bronzee, di vasche e fontane. Le piante, gli arbusti e gli alberelli ovattavano il leggero suono degli zampilli e mantenevano fresco il delicato giardino. Tutto intorno correva il bel porticato, le cui pareti sono decorate con una decorazione a scomparti, in una rigida alternanza di pannelli e vedute architettoniche. In fondo al giardino, c’erano tre piccole camere. Qui era la pinacoteca della casa, dove nella penombra erano conservati ed esposti solo raramente, i quadri di maggior valore, qui si custodiva la collezione di famiglia. Lo sguardo si perde osservando gli oggetti, i quadri e il vasellame conservato con gran cura e posto in bella mostra.

Ma dobbiamo affrettarci a tornare nell’atrio, il padrone di casa sarà stato avvisato del nostro arrivo e non è bello che ci trovi a curiosare!

Valeria Vatiacano
5 novembre 2011

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