Con David Foster Wallace Verso occidente

Con David Foster Wallace Verso occidente

Quello che si vuole evidenziare in questo articolo, sia pur brevemente, è che cosa sia stata la pubblicazione dei libri di David Foster Wallace, su una generazione di sovracculturati dottorandi o laureandi in una facoltà di Lettere e Filosofia, tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000.

Quando nel 1999 la casa editrice Minimum fax pubblica Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più di Wallace, è stato come mettere gli occhiali da vista dopo una prolungata miopia.

Tra i vari lunghi saggi della raccolta salta agli occhi quello sul tennista Michael Joyce. Il tennis? Lo sport come argomento di un saggio, di più saggi, e addirittura la centro del romanzo capolavoro Infinite Jest.

La maggior concessione allo sport, in quei corsi universitari di fine anni ‘90, era stata una tesi di laurea su Gianni Brera; il candidato di cui non ricordo né il nome né il volto, era un personaggio tra il mito e la bestia rara, non si contano le forche caudine che ha dovuto attraversare per portare a termine la tesi. Avevamo studiato Umberto Saba e con lui “le cinque poesie per il gioco del calcio”, da lì avevamo estratto il verso ‘intorno al vincitore stanno’, facendone quasi un feticcio. Nulla di più, per cui leggere del tennis, degli Open canadesi era stato un evento assolutamente nuovo.

Verso occidente l’impero dirige il suo corso, è un racconto lungo pubblicato in Italia nel 2001, e riedito nel 2012, scorporato dalla raccolta in cui era stato pubblicato negli USA La ragazza dai capelli strani.

Verso occidente rappresenta ancora una prima fase di scrittura ma lo stile di Wallace e i suoi temi ricorrenti ci sono tutti. C’è il ruolo pervasivo della tv e della pubblicità, gli stati depressivi, la competizione agonistica come metafora della competizione tra studenti e tra lavoratori della società dei consumi americana, c’è il ruolo della metafiction o letteratura postmoderna, ci sono le difficili relazioni personali.

Il fatto, terribilmente naturale, è che noi sovracculturati ricercatori e laureandi in lettere, apparteniamo a una generazione crescita nella cultura di massa, cioè a dosi massicce di tv, sport, fumetti, film e pubblicità. Leggere un saggio su Velluto blu e Twin Peaks di David Lynch, trovare insieme ad argomenti sulla letteratura postmoderna americana (Pynchon e DeLillo) dei riferimenti ai telefilm M*A*S*H o Mary Tyler Moore o Miami Vice è stata una rivelazione.

Non c’è dubbio, la mia (nostra) realtà è molto più vicina a Twin Peaks che non a tanta letteratura verista, naturalista, decadente o neorealista, così come l’abbiamo studiata e approfondita per anni.

Per capire al meglio Verso occidente, racconto lungo ma poco letto, è necessario conoscere un saggio quasi coevo al racconto stesso, E Unibus Pluram: gli scrittori americani e la televisione, il racconto è edito nel ’89 e il saggio nel ’90. Le date di pubblicazione, si sa, sono prove indiziarie, ma l’argomento dei due testi è simile, è evidente come siano stati elaborati nel corso di un tempo ravvicinato. Unibus Pluram è uno dei saggi più belli, e anche tra i più lunghi, per chi sia stato uno studente universitario, questo saggio può rappresentare un prezioso specchio, un accordo già sentito in un’armonia generale. Non si vuol dire che il saggio non sia originale, al contrario, si vuole metter in risalto l’unicità di un’esperienza condivisa.

Tra queste pagine Wallace spiega il ruolo dell’ironia nella letteratura postmoderna americana, di come poi sia passata alla tv e alle sit-com e come poi, in fine, l’ironia sia stata usata, dalla tv in particolare, per sottrarre autorità alla cultura in generale.

La tesi di Wallace è che oggi la cultura americana tout court, risulti permeata dall’ironia, dal cinismo e dalla destrutturazione che una volta fungevano da critica e da pungolo, mentre oggi sono l’istituzione stessa. Ciò porta a una carenza di relazioni, di affetto e di sincerità.

Per queste considerazioni, e per tante altre che non posso riferite in questa sede, ‘l’effetto Wallace’, dovuto all’edizione dei suoi libri, è stato come mettere gli occhiali da vista dopo anni di miopia.

David Foster Wallace ha sofferto di depressione per tutta la vita, per venti anni ha preso un antidepressivo che a lungo ha provocato effetti dannosi allo stomaco. Nel 2007 ha deciso di cambiare farmaco, in un anno ha perso trenta chili, il nuovo farmaco non funzionava e ha cercato di tornare a quello vecchio. Purtroppo, anche quello, ormai non faceva più effetto. Dopo qualche mese di sofferenza, David Foster Wallace, si toglie la vita nel suo appartamento, era il 12 settembre del 2008 e lui aveva 46 anni.

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