Tritacarne, intervista a Giulia Innocenzi. Perché dobbiamo chiudere gli allevamenti intensivi

Tritacarne, intervista a Giulia Innocenzi. Perché dobbiamo chiudere gli allevamenti intensivi

Tritacarne di Giulia Innocenzi è un’inchiesta sugli allevamenti intensivi italiani. L’80% della carne, del latte, delle uova che acquistiamo e consumiamo deriva da animali allevati in luoghi come quelli descritti dalla giovane giornalista della scuderia di Michele Santoro, luoghi che ha potuto visionare e raccontare solo violando la legge e rischiando molto.
Tolstoj diceva che se i macelli avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani, evidentemente qualcosa di simile succederebbe se le pareti di vetro ce le avessero gli allevamenti intensivi: forse non tutti diventerebbero vegetariani ma di certo nessuno comprerebbe più prodotti provenienti da lì.

Gli allevamenti intensivi del nostro Paese, quelli che sfornano le eccellenze gastronomiche del Made in Italy che tutto il mondo ci invidia, sono luoghi impenetrabili in cui gli animali sono pensati e trattati come mera materia prima da trasformare e da cui trarre il maggior profitto nel minor tempo possibile, tutto a discapito delle norme igieniche più basilari e, neanche a dirlo, del rispetto del benessere animale. Nient’altro che “convertitori di mangime”, “cosi”, talvolta solo “scarti”, gli animali sono sottoposti a ogni forma di stress e tortura che ne altera i comportamenti naturali e ovviamente la salute, compromettendo inevitabilmente quella di chi se ne nutre.

A leggere il libro di Giulia Innocenzi in queste industrie del Made in Italy si possono trovare un bel po’ di eccellenze di cui andare fieri: cannibalismo, mutilazioni senza anestesia, gabbie o recinti che impediscono anche il minimo movimento (c’è chi riesce a stipare 28 polli in un metro quadro), malattie di ogni sorta, tassi di mortalità altissimi. Senza contare i ritmi disumani e i danni fisici irreversibili per gli operai (uno su quattro subisce un infortunio) e la somministrazione scriteriata e preventiva di antibiotici che restano nella carne che ingeriamo col rischio di diventarne assuefatti, resistenti. Il tutto in nome del dio profitto e con il prezioso aiuto della genetica tutta tesa a “produrre l’animale più redditizio per l’allevatore”.

Per capirne di più abbiamo incontrato Giulia Innocenzi alla libreria Pagina 348 di Roma, dove ha presentato “Tritacarne” davanti a un pubblico numeroso di lettori attenti, e le abbiamo fatto qualche domanda.

Giulia, In Italia c’è un numero molto alto di vegetariani e vegani, ciò dimostrerebbe una certa sensibilità ai temi della qualità dell’alimentazione e dei diritti degli animali. Come mai questo interesse non ha portato finora a un dibattito pubblico e a un intervento da parte dei legislatori in materia di allevamenti intensivi, contrariamente a quanto è accaduto in altri Paesi europei come ad esempio la Francia?
Sì, in effetti il numero di vegani e vegetariani in Italia è uno dei più alti in Europa, insieme alla Germania. Il dibattito non c’è stato per due motivi. Il primo è che l’industria della carne e dei derivati è molto potente e registra fatturati molto importanti. Parliamo di aziende che fatturano un miliardo di euro all’anno, questo significa che investono una bella fetta di soldi in pubblicità che serve certamente a influenzare il consumatore ma più che altro serve a influenzare l’editore, che può essere di giornali locali, di stampa nazionale e soprattutto della televisione, per evitare che si parli di certe cose.

Il secondo motivo è che gli allevatori da sempre rappresentano un’ottima categoria elettorale, un bel bacino di voti coccolato da tutti i governi. Anche quest’ultimo, con il ministro Martina, ha preso diversi provvedimenti a favore degli allevatori, milioni di euro spesi a vantaggio della categoria e addirittura per incrementare il consumo di carne, cosa che non dovremmo assolutamente fare visto che ne mangiamo già troppa e dovremmo anzi ridurla. Questi due fattori fanno sì che purtroppo ad oggi si parli delle condizioni degli allevamenti intensivi solo su internet dove la gente può far girare e condividere i video. Questa situazione però è destinata a cambiare perché in realtà la domanda sta aumentando e sono molto felice del fatto che a febbraio su Rai2 andrà in onda la mia trasmissione “Animali come noi” in cui affronteremo proprio questi temi.

Come evidenzi in “Tritacarne”, ad oggi non c’è un sistema di etichettatura trasparente che consenta al consumatore di sapere come un animale sia stato allevato e macellato. Non potendo dunque mandare un segnale attraverso le scelte di acquisto, il consumatore o il comune cittadino cosa può fare per cambiare la situazione e far pressione sul legislatore?
Secondo me il cambiamento parte innanzitutto dall’economia, ognuno di noi nel proprio piccolo, comprando determinati prodotti, può farsi sentire e può incidere anche sulla propria vita personale perché se sai come vengono allevati determinati animali ti passa la voglia di mangiarli. Detto questo però, come ricordavi, oggi il consumatore non ha il diritto di sapere come è stato allevato un animale.
Bisognerebbe avere una conoscenza di tipo enciclopedico e cioè andare dal proprio rivenditore di fiducia, segnarsi il nome dell’azienda agricola e recuperare informazioni su internet, ma stiamo chiedendo veramente troppo al consumatore. Puoi provare a comprare il biologico ma anche la dicitura “bio” non ti garantisce che l’animale sia stato allevato al pascolo, indica semplicemente che è stato alimentato con un mangime diverso. Quindi oggi il consumatore non ha effettivamente gli strumenti per poter decidere niente.

Da tempo stai collaborando con alcuni parlamentari del Movimento 5 stelle. Ci puoi raccontare a cosa state lavorando?
Sì, ho collaborato con Paolo Bernini, Mirko Busto e Claudio Cominardi. Presenteremo alla Camera dei Deputati un pacchetto di proposte proprio partendo dalle denunce che ho fatto in “Tritacarne” per chiedere innanzitutto l’etichettatura trasparente dei metodi di allevamento e una riforma dei controlli veterinari (che, come emerge anche dal libro, purtroppo sono carenti) a partire dalla obbligatorietà della loro rotazione. E poi chiederemo l’installazione delle telecamere nei macelli, una cosa rivoluzionaria che si sta sperimentando in Francia grazie ai video girati di nascosto nei mattatoi dall’associazione animalista L214.

Qual è il primo provvedimento che andrebbe preso per migliorare le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi?
Parlare di miglioramento delle condizioni degli animali negli allevamenti intensivi è un ossimoro perché l’allevamento intensivo è di per sé la negazione delle condizioni di vita dell’animale. Puoi imporre per legge lo spazio minimo disponibile per gli animali, però si parla comunque di esseri che in natura grufolerebbero o starebbero al pascolo e lì dentro invece devono stare rinchiusi. Oggi al Parlamento europeo c’è la possibilità di votare una legge che tuteli i conigli, costretti a vivere sempre in gabbia. I conigli sono gli unici animali da allevamento che ad oggi non hanno ancora una legge che li tuteli, e questo è assurdo. L’Italia è il primo produttore in Europa di carne di coniglio quindi a maggior ragione dovrebbe farsi sentire per chiedere una legge che tuteli questi animali. Anche perché, secondo un’inchiesta della Lav che ho pubblicato, quasi 1 coniglio su 3 non arriva neanche all’età della macellazione a causa delle condizioni igienico-sanitarie pietose all’interno degli allevamenti.

Gli allevatori in genere reagiscono alle inchieste come la tua in maniera compatta, aggressiva e spesso minimizzando la gravità dei fatti. Ti è capitato di incontrare qualche allevatore che invece vorrebbe poter lavorare diversamente ma si trova impossibilitato a farlo?
Alle presentazioni che sto facendo in giro per l’Italia capita che vengano allevatori che cominciano a urlare all’inizio dell’incontro, ma capita anche che arrivino quelli che allevano in modo diverso, che magari stanno recuperando razze che altrimenti sarebbero scomparse, come la Mora Romagnola, che fanno pascolare e tengono all’aperto i loro animali. Loro sono d’accordo con la battaglia che sto portando avanti perché sono i primi a cercare un’alternativa. Certo sono molto pochi, perché il loro prodotto è poco conosciuto e costa di più. Se tu fai conoscere il prodotto dell’allevamento intensivo e il loro il consumatore può scegliere. Però si deve partire sempre dalla legge, se non c’è l’etichettatura trasparente dei metodi di allevamento non possiamo neanche valorizzare chi fa la differenza.

È possibile secondo te, nel lungo periodo, arrivare a una chiusura definitiva degli allevamenti intensivi?
Secondo me sì, io ci spero. È impossibile trovare cittadini/consumatori che siano d’accordo con gli allevamenti intensivi, io non ne ho incontrato neanche uno. Quelli d’accordo con quel sistema sono gli allevatori, le associazioni di categoria e qualche intellettuale che per trovare una posizione si schiera dalla loro parte ma dubito che poi mangi prodotti che vengono da lì. Quindi secondo me sì, ma questa cosa potrà succedere solo se l’informazione potrà mostrare ai cittadini come oggi noi stiamo allevando questi animali.

Tritacarne” è un libro d’inchiesta necessario e ben fatto, evita il facile indugio sui dettagli più scabrosi e penosi pur informando senza filtri. Illumina un inferno ancora sconosciuto ai più ma che rimarrà tale ancora per poco. A prescindere da cosa ognuno di noi sceglie di mettere nel proprio piatto, ciò che importa è “associare quello che si mangia a quello che è stato. Così che ognuno possa trarre le conseguenze che più si avvicinano al proprio grado di accettabilità etica”.

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