GASTREA E LA TAVOLA DI DOMANI | Il buon cibo come arte

GASTREA E LA TAVOLA DI DOMANI | Il buon cibo come arte
(fonte immagine: archivio.mensamagazine.it)

Gastrea, la musa dell’ottava arte, ovvero la gastronomia, accompagna il lettore in un viaggio fra cucina e memoria, riscoprendo il valore culturale del cibo. Polistampa, pp. 271, Euro 18,00.

La gastronomia è cultura, e la buona cucina è un’arte che contribuisce non poco a impreziosire l’esistenza quotidiana. Del resto, già i nostri avi (robusti e infaticabili contadini toscani), ritenevano che “a tavola non s’invecchia”, a voler significare la tonificante piacevolezza del tempo trascorso in maniera conviviale, attorno a pietanze capaci di confortare lo stomaco e l’anima.

Con il suo Gastrea e la tavola di domani, Giovanni Lodovici accompagna il lettore in un viaggio viaggio, antico ma sempre nuovo, alla (ri)scoperta della genuinità in cucina, strizzando l’occhio alla civiltà rurale toscana e descrivendo, pagina dopo pagina, quegli ingredienti semplici e sani che apportano gusto e salubrità alla nostra cucina.

Non si tratta però di un manuale di cucina, o di un trattato “scientifico”; il taglio è quello del raffinato “conversario” che può intercorrere attorno a una tavola ben imbandita, di cibo ma anche di spirito, dove il primo diventa il pretesto per riflettere sul frenetico stile di vita contemporaneo che tanto ci ha fatto perdere quanto a condivisione del cibo e del tempo, di effettiva conoscenza di quanto ogni giorno ci troviamo nel piatto, ma soprattutto di genuinità.

La scomparsa della millenaria civiltà contadina ha minato alla base ritmi e stili di vita che sembravano immutabili, e quindi è inevitabile, per chi ne ha vissuti gli ultimi anni, riandare con la memoria a quei giorni ormai svaniti. Ma non si tratta di vuota elegia, bensì questi ricordi – che Lodovici inframezza qua e là nel suo libro -, ci rendono intatta la semplicità e l’autenticità di usi e costumi delle grandi famiglie rurali. Ma non al ricordo si ferma l’intento narrativo, essendo questo originale volume un ragionamento sull’arte del mangiar bene, del gustare il cibo andando oltre il suo sapore, ma soffermandosi anche sull’estetica, sulla storia che lo accompagna, sugli aneddoti personali che vi sono legati.

A permeare il volume, un caldo sapore d’altri tempi, che sembra salire alle nari e all’animo nello scorrere quelle pagine più espressamente culinarie, dedicate alla buona cucina, in particolare toscana: ecco la cipolla, le erbe aromatiche, il pomodoro, la rucola, l’olio e il vino di fattoria, raccontati con la piacevolezza di un’autobiografia, poiché l’autore trasporta sulla pagina i suoi ricordi familiari legati all’infanzia, episodi di vita occorsi in età adulta, a voler dimostrare come il buon mangiare sia innegabilmente un mezzo non solo di piacere, ma anche di arricchimento personale: ogni cibo cela una storia, una cultura, un piatto contadino ha alle spalle una particolare realtà familiare, un certo altro piatto è legato alla conoscenza di una persona durante un pranzo o una cena.

Il lettore scopre colorati aneddoti di vita ormai passata, come le grandi tavole delle famiglie contadine, i pranzi con gli amici, giornate di pesca o di caccia. A fianco di queste impressioni, si discute di cibo cercando di coglierne la sua importanza culturale, quella necessaria raffinatezza per il suo corretto utilizzo, e soprattutto per la sua genuinità.

Specifici capitoli sugli ingredienti, sulle tecniche di cottura, sul modo corretto di servire un vino o un liquore, danno carattere a questo garbato trattato di costume e civiltà. Lodovici imprime al suo saggio in forma di romanzo un’aura “musicale”, paragonando gli ensemble sinfonici agli accostamenti fra cibi, alla ricerca del giusto equilibrio fra i sapori.

Un equilibrio che alla base deve avere la genuinità dei prodotti e le giuste tecniche di preparazione; guidati da Gastrea (la Musa dell’ottava arte, la gastronomia, appunto), il volume si sviluppa come un’architettura rinascimentale, dove alla sostanza delle parole corrisponde una leggerezza di stile, e leggendo dell’olio e del vino di fattoria, delle loro caratteristiche, quasi sembra di trovarsi in campagna, appresso un oliveto o in un’ombrosa cantina, così come sembra di sentire il profumo della pasta fatta in casa, dell’arrosto di tordi o della cacciagione.

Cibi dietro ai quali sta una ritualità legata alla natura e alle stagioni, che scandiscono (o scandivano) anche l’esistenza dell’uomo, e al cui interno l’uomo trovava un senso e un appagamento. La disquisizione di Lodovici chiama in causa anche Pellegrino Artusi, a cui va il merito di aver unificata la cucina nazionale, raccogliendo nel suo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene ricette di tutta Italia.

La civiltà si fonda anche sul cibo, e quell’armonia che si l’autore individua nella tavola, è la stessa che alberga nell’anima degli uomini buona volontà. In chiusura di volume, una scherzosa ma profonda riflessione su come oggi si sta a tavola, istupiditi dalla televisione e travolti dalla fretta quotidiana; una constatazione amara, ma con l’auspicio che la “tavola di domani” torni a riscoprire il piacere del buon cibo e della buona conversazione.

Il volume è arricchito da una selezione di ricette della tradizione, per chi voglia mettere alla prova la giustezza di quanto appreso leggendo questo gradevole volume. Perché il cibo non è soltanto nutrimento per il corpo, ma anche nutrimento per l’anima.

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