Brexit, il suicidio della destra populista

Brexit, il suicidio della destra populista

UKIP, Front National e tutte le forze euroscettiche hanno fatto i conti con la realtà: la politica non si fa con gli slogan e la rabbia

Antefatti. La crisi finanziaria: la destra populista arriva a Bruxelles – Le crisi, si sa, sono foriere di cambiamenti in qualunque forma si presentino. E la crisi dell’Eurozona non fa certo eccezione, anzi, con la sua portata continentale e la sua penetrazione in ogni spiraglio politico e sociale della vita comunitaria, è stata una svolta epocale per la storia della UE.

La crisi finanziaria iniziata nel 2008 negli Stati Uniti non ha impiegato molto tempo ad attraversare l’Oceano Atlantico e ad abbattersi sul vecchio continente. Le dure politiche di austerity dettate dall’emergenza ed imposte dall’Unione Europea si sono fatte sentire soprattutto nei Paesi meridionali come Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Cipro.

Un impatto finanziario ed economico che non ha tardato a mostrare i primi riflessi anche sulla scena politica: la sfiducia e il malcontento verso l’UE sono stati incanalati dai partiti ‘euroscettici’ che spaziavano dalla destra alla sinistra dello spettro politico.
Per la loro stessa natura questi partiti hanno avuto bisogno di indirizzare le loro linee guida in una precisa direzione: un nemico da incolpare. E così, in un contesto di crescente crisi finanziaria, il nemico per eccellenza è stato trovato nelle banche e nei governi che hanno permesso che si arrivasse ad un simile tracollo dell’economia. Si tratta quindi di forze ‘antisistema’, che manifestano la volontà di rovesciare un ordine costituito corrotto (l’establishment) in favore del popolo-vittima. In particolare i movimenti della destra radicale populista hanno saputo cavalcare l’onda del malcontento sociale, facendosi portavoce della ‘volontà del popolo’ e guadagnando consensi spesso a discapito dei partiti tradizionali, accusati di essere gli artefici della crisi e i creatori di quella ‘Europa delle banche’ che stava distruggendo le economie nazionali.[1]
Il cambiamento politico sul continente è ben visibile se si confrontano i risultati elettorali a distanza di cinque anni: alle elezioni europee del 2009 i partiti populisti dei principali Paesi del continente avevano ottenuto una rappresentanza minima a Bruxelles; nel 2014 le forze euroscettiche, e in particolare le forze della destra populista, potevano contare su una rappresentanza senza pari nella storia dell’Unione.

In cinque anni in Germania il partito AfD (estrema destra euroscettica) è passato da 0 a 7 europarlamentari, nel Regno Unito e in Francia lo UKIP e il Front National hanno raggiunto e superato il 25% dei voti ottenendo rispettivamente 24 e 23 parlamentari, superando partiti storici tradizionali di centrodestra e centrosinistra.
Risultati simili si sono visti in Austria (con il partito di estrema destra FPO), in Polonia (dove PiS, un partito della destra euroscettica, ha ottenuto oltre il 30% dei voto) e in Grecia (con il partito di ispirazione neonazista Alba Dorata che ha ottenuto quasi il 10% dei consensi).

Osservando la tabella sottostante si possono notare le crescite esponenziali dei partiti populisti soprattutto in Paesi a fortissima tradizione democratica come Francia, Regno Unito, e Italia (nella tabella non è riportato ma al calo di voti della Lega Nord ha fatto da contraltare il successo del M5S, non propriamente di destra, che ha ottenuto il 21,2% dei voti e ben 17 europarlamentari).

Il successo di queste forze politiche è da imputarsi principalmente alla crisi finanziaria – e conseguentemente anche economica – che ha colpito l’UE mostrandone tutti i limiti strutturali, dalla scarsa cooperazione bancaria alla fragilità istituzionale, che hanno portato gli stati membri perlopiù a rintanarsi in politiche nazionaliste, isolazioniste e protezioniste.

Unica notevolissima eccezione in questo quadro europeo è stata la Germania in cui le principali forze politiche tradizionali (la coalizione CDU-CSU della Cancelliera Angela Merkel, che è riuscita persino a guadagnare punti, e il centrosinistra della SPD, che ha limitato i danni) sono riuscite a mantenere saldo e stabile il governo del Paese, probabilmente per via di una memoria storica ancora molto forte che ricorda costantemente ai tedeschi il loro passato recente in mano a forze populiste di destra.

Tabella riassuntiva dei risultati elettorali dei principali partiti della destra populista in alcuni Paesi dell’UE tra le elezioni europee del 2009 e quelle del 2014[2]

Paese20092014
PartitoEletti%PartitoEletti%
GermaniaAfDAfD77,1%
FranciaFN36,2%FN2324,9%
Regno UnitoUKIP1316,1%UKIP2426,8%
ItaliaLN910,2%LN56,2%
PoloniaPiS1527,4%PiS1931,8%
Paesi BassiPVV417%PVV413,3%
GreciaXAXA39,4%
AustriaFPO212,7%FPO419,7%

Migranti, terrorismo e Brexit: gli anni bui dell’UE – Nei mesi successivi alle elezioni europee del 2014, mentre la situazione finanziaria ed economica dei Paesi membri dell’UE andava stabilizzandosi e si profilava una prossima uscita dalla crisi finanziaria, una nuova sfida di proporzioni globali stava per abbattersi sul continente.
A partire dal 2015 un numero enorme di persone provenienti soprattutto dal medio oriente, dall’Africa settentrionale e dall’Asia meridionale ha iniziato a raggiungere l’Europa – principalmente attraverso le rotte marittime del Mediterraneo e via terra passando dalle frontiere orientali europee. In soli sei mesi – da luglio a dicembre 2015 – sono arrivati sul continente europeo oltre 800.000 persone tra richiedenti asilo, migranti economici e rifugiati di vario genere.[3]
Questo gigantesco flusso di persone, in gran parte di religione musulmana, ha causato non pochi problemi all’Unione Europea e soprattutto a quei Paesi che si sono trovati direttamente coinvolti nelle operazioni di prima accoglienza: Italia e Grecia in primis e poi Spagna, Cipro e Ungheria.
La Grecia in particolare, già fortemente gravata da una crisi finanziaria e di governo, è diventata la metà di transito preferita dai migranti superando anche l’Italia. Atene ha dovuto infatti gestire soprattutto il flusso di rifugiati siriani in fuga dalla guerra che, attraversando la Turchia e il Mar Egeo, erano diretti verso i Paesi del nord Europa (Germania e Svezia soprattutto) attraverso la rotta balcanica.
Quasi contemporaneamente l’UE è stata flagellata da una serie di attentati terroristici di matrice islamica[4] che ha reso sempre più difficile il processo di integrazione sia extra-europeo (impedendo quindi l’inserimento nella società dei migranti e favorendo la nascita di vere e proprie città-ghetto incarnate dai campi di accoglienza[5]) che intra-europeo (la maggior parte dei Paesi dell’est Europa e dei Balcani hanno costruito muri sui propri confini per fermare l’esodo dei migranti, contravvenendo di fatto ai principi comunitari di libera circolazione e soprattutto di assenza di confini fisici interni[6]).
In un contesto simile hanno guadagnato consensi soprattutto i partiti della destra populista che hanno potuto aggiungere alla lista dei ‘nemici del popolo’ anche i migranti extraeuropei e le politiche di accoglienza comunitarie, con le accuse che spaziano dalla ‘sostituzione etnica’ degli europei con i migranti al favoreggiamento dell’ingresso nell’Unione di potenziali terroristi, fino al rischio di stupro per le donne. In tutti questi casi si tratta di classici slogan della destra populista ripresi dai principali partiti anti-immigrazione d’Europa e dai loro leader, in particolare Marine Le Pen per il Front National in Francia, Nigel Farage per lo UKIP nel Regno Unito e Matteo Salvini per la Lega Nord in Italia.[7]

Ma il colpo più duro all’Unione Europea è arrivato il 23 giugno del 2016 quando la maggioranza dei cittadini britannici e di Gibilterra hanno espresso la loro preferenza per lasciare l’UE con il cosiddetto ‘referendum sulla Brexit’. Questo risultato di portata storica ha costretto alle dimissioni l’ex Premier Cameron (leader del Partito Conservatore) e ha creato un precedente giudiziario: da molti leader populisti euroscettici è arrivata la richiesta di attuare simili referendum anche negli altri Paesi dell’UE.

La Brexit rappresenta un esempio classico per studiare e comprendere il funzionamento del populismo, che può essere sintetizzato in alcuni momenti chiave:

  • Crisi nazionale: La crisi finanziaria ha duramente colpito il Regno Unito dato che Londra – che da sola produce la maggior parte del PIL nazionale – è una piazza finanziaria di primaria importanza nel mondo e per il suo legame con le banche americane. A questo si deve aggiungere che la successiva crisi dei migranti e l’aumento dei flussi migratori ha causato una serie di problemi sociali non indifferenti come la costituzione di interi quartieri-ghetto o addirittura di città che sono diventate a maggioranza islamica (come ad esempio Birmingham, la seconda città dell’Inghilterra). In questo contesto, aggravato anche dal clima di terrore generato dagli attentati di matrice islamica, bastava solamente una scintilla per far esplodere una polveriera sociale.
  • Identificare il nemico: Lo UKIP non ha perso tempo ed ha iniziato da subito una campagna denigratoria, basata anche sulla disinformazione[8], accusando l’Unione Europea di tutti i mali del Paese: dall’eccessivo costo per mantenere il Regno nell’UE, al costo della burocrazia di Bruxelles, alla mancanza di protezione alle frontiere per via della politica di libera circolazione della persone nell’Unione. A questo si associò anche uno storico sentimento indipendentista del Regno rispetto all’UE (Londra non ha mai adottato l’Euro, ad esempio). Il nemico da accusare era perfetto per un partito populista perché rappresentava tutto quello che un ‘popolo-vittima’ poteva odiare: banche, culture diverse, burocrazia, autori di crisi economiche e pessimi difensori contro il terrorismo.
  • Diffusione del populismo oltre i confini: La vittoria al referendum per il ‘leave’ ha consentito allo UKIP di ergersi a paladino mondiale della difesa della ‘volontà popolare’ contro una élite corrotta. Una simile retorica non poteva non diffondersi immediatamente sul continente: dall’Italia alla Francia alla Repubblica Ceca i tentativi di promuovere nuovi referendum in stile Brexit sono stati innumerevoli.

Dopo la Brexit: la morte dei populismi in Occidente – La Brexit ha segnato un punto di svolta nella storia politica occidentale: da una parte ha mostrato la capacità e la forza di persuasione dei nuovi movimenti populisti, capaci di attrarre consensi in maniera trasversale nell’elettorato e di monopolizzare l’attenzione dei media; d’altra parte però ha anche evidenziato l’assoluta incapacità di questi movimenti di andare oltre gli slogan e di convincere la società europea (in particolare nelle democrazie più avanzate) che la politica tradizionale sia superata.

Se fino all’autunno del 2016 – ovvero fino all’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti – i movimenti populisti di destra sembravano sul punto di scardinare completamente la politica tradizionale, nei mesi successivi una serie di tornate elettorali in Europa ha completamente ribaltato questa percezione.
In Austria il candidato Presidente di estrema destra, Norbert Hofer, è stato superato nel dicembre 2016 dal candidato dei Verdi Van der Belle.
Nei Paesi Bassi, alle elezioni legislative che si sono tenute nel marzo 2017, il candidato del PVV (un partito della destra nazionalista e populista) Geert Wilders è stato superato da Mark Rutte, esponente di un centrodestra conservatore ed europeista.
Ma i risultati più importanti si sono registrati in quei Paesi che più di tutti hanno guardato con interesse alla Brexit: il Regno Unito, la Francia e la Germania.

  • Regno Unito, la morte politica dello UKIP: a poche ore dalla vittoria del referendum il leader dello UKIP, Nigel Farage, ammette di aver mistificato la realtà e le informazioni (in particolare in merito ai costi per la permanenza nell’UE e alle ricadute benefiche del ‘leave’ sul Sistema Sanitario Nazionale). Alle dimissioni del Premier Conservatore Cameron segue la nomina di Theresa May che dovrà condurre le trattative per la Brexit con Bruxelles. Emergono i principali problemi tecnici legati alla fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione: dai costi che Londra dovrà sostenere per onorare impegni pregressi alla questione dei confini[9], dalla frammentazione del Regno Unito[10] al problema di Gibilterra[11]. Il Governo May, per poter negoziare da una posizione di forza con Bruxelles, ha indetto elezioni anticipate che si sono svolte nel giugno 2017 e da cui è uscito ancora più indebolito il Partito Conservatore in favore dei Labouristi. Lo UKIP, da cui Farage si era già allontanato dopo la Brexit, ha perso oltre tre milioni di voti e tutti i suoi seggi, rendendolo di fatto un partito ininfluente. Theresa May dovrà quindi guidare le negoziazioni con l’UE con un governo senza maggioranza assoluta e con una alleanza con il DUP, un partito unionista nordirlandese che potrebbe aggravare ulteriormente i rapporti con Belfast.
  • Francia, il FN crolla sotto i colpi di Macron: Marine Le Pen, tra le più importanti sostenitrici della Brexit, è arrivata alle elezioni presidenziali francesi del 2017 al ballottaggio contro Emmanuel Macron, alla guida di En Marche, un partito politico centrista e fortemente europeista di nuova creazione, perdendo però per circa 65%-35% in favore di quest’ultimo. Un mese più tardi, all’appuntamento per le elezioni legislative, la situazione si è ripetuta: Marine Le Pen e il suo partito hanno conquistato solamente 8 seggi su 577, superati non solo da Macron ma anche dalle forze politiche di centrodestra tradizionali e filoe-uropeiste (in particolare, il partito LR ha conquistato 113 seggi).
  • Germania, i populismi non attecchiscono: La cancelliera tedesca Angela Merkel è considerata da tutti i partiti populisti europei il nemico per eccellenza, l’incarnazione dell’autorità imposta da governi stranieri sugli affari nazionali. Eppure proprio nella sua Germania i partiti populisti sono rimasti pressoché ai margini della vita politica. L’unica eccezione è AfD, un movimento di estrema destra, nazionalista ed euroscettico che però è schiacciato dai due giganti politici del Paese: il centrodestra della coalizione CDU-CSU della Merkel e il centrosinistra della SPD guidata dall’ex Presidente del Parlamento europeo Schulz.

Si può dunque concludere che la Brexit, inizialmente acclamata come una vittoria delle destre nazionaliste ed euroscettiche (non solo in Europa ma anche negli USA di Donald Trump), sia in realtà stata uno schiaffo in faccia al populismo e una doccia fredda per tutti i sostenitori di politiche populiste.

L’evidenza dei fatti infatti ha mostrato che le istituzioni europee, sia a livello nazionale che comunitario, sono state in grado di resistere alla crisi finanziaria, alla crisi dei migranti, al terrorismo e alla sfida del populismo.
I principali partiti della destra populista radicale hanno avuto un picco di consensi tra il 2010 e il 2016 (senza peraltro mai governare effettivamente nei principali Paesi europei, a parte alcune eccezioni nell’Europa orientale) ma subito dopo la Brexit, che di fatto è stato una vittoria tutta imputabile al populista Farage e al suo UKIP, si sono scontrati con la dura realtà dei fatti: non si può governare con gli slogan, l’odio, la paura e l’ignoranza.

Uno statista non dà al popolo quello che il popolo vuole.
Uno statista dà al popolo quello che al popolo serve.
Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione.
Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese.
(J.F. Clarke)
[1] http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/10/23/lavanzata-del-populismo-in-europa-la-mappa/?refresh_ce=1

[2] http://www.europarl.europa.eu/aboutparliament/it/20150201PVL00021/Elezioni-precedenti

[3] Dati dell’UNHCR: http://data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean#_ga=2.259802573.696754121.1498587937-623654275.1498587937

[4] Alcuni tra i più importanti e significativi attentati in Europa dal 2015 a oggi: gli attentati di Charlie Hebdo e del Bataclan a Parigi, quelli all’aeroporto di Zaventem e nella metropolitana di Maelbek a Bruxelles, l’attentato di Nizza con un camion sulla folla e quello analogo di Berlino durante le festività natalizie. E poi, più recentemente, gli attentati a Londra al Parlamento di Westminster, a Stoccolma in una via turistica e a Manchester durante un concerto.
https://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_attribuiti_allo_Stato_Islamico

[5] Alcuni campi hanno raggiunto dimensioni equiparabili a quelle di piccole città come quello di Calais, in Francia, in cui nell’estate 2016 sono state censite quasi settemila persone e quello di Idomeni, nel nord della Grecia, in cui risiedevano addirittura 15.000 migranti.

[6] Peraltro questi muri non hanno fermato le persone ma le hanno solamente dirottate su nuove tratte o intrappolate nei Paesi impedendo loro di dirigersi verso il nord del continente. http://espresso.repubblica.it/internazionale/2015/08/07/news/i-muri-anti-migranti-non-fermano-l-immigrazione-ma-la-orientano-verso-l-italia-1.224780

[7] http://www.bbc.com/news/world-europe-39625509

http://www.agi.it/video/2017/03/07/news/salvini_con_i_migranti_stanno_facendo_sostituzione_etnica-1560133/

http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/04/nigel-farage-migrants-could-pose-sex-attack-threat-to-britain/

[8]http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/24/nigel-farage-350-million-pledge-to-fund-the-nhs-was-a-mistake/

[9] In particolare per l’Irlanda del Nord, che si era espressa a favore del ‘remain’, si è aperto il problema del confine con l’Irlanda Eire, membro dell’UE. Tra i due Paesi non ci sono frontiere e dogane ma una eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione avrebbe ripercussioni economiche su Belfast che potrebbe anche valutare l’ipotesi di una scissione da Londra per tornare a unirsi a Dublino.

[10] La Scozia due anni prima aveva indetto un referendum per valutare una eventuale indipendenza da Londra e all’epoca gli scozzesi, con una maggioranza esigua, si espressero per la permanenza nel Regno. Ma subito dopo il referendum-Brexit (in cui la Scozia ha scelto il ‘remain’ con una maggioranza schiacciante) la Premier scozzese Nicola Sturgeon ha espressamente dichiarato che la Scozia vuole rimanere nell’UE e che quindi valuterà l’ipotesi di un nuovo referendum sull’indipendenza. Una simile eventualità, insieme alla ventilata riunificazione di Belfast e Dublino, lascerebbe il Regno Unito con soli due Stati: Inghilterra e Galles.

[11] Il territorio di Gibilterra, che ha votato plebiscitariamente per la permanenza nell’Unione Europea, dovrà trovare una via legale per continuare ad essere membro dell’UE senza rinunciare all’appartenenza al Regno Unito.

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