RomaFF12 | Tormentero

RomaFF12 | Tormentero

Romero Kantún, un vecchio e avvinazzato pescatore messicano, ha scoperto uno dei giacimenti di petrolio più importanti del Messico. Vive separato dai suoi vecchi amici e colleghi, verso i quali avverte un forte senso di colpa per aver corrotto quel mare azzurro e limpido. Romero è ora circondato solo da pochi parenti e dagli spiriti che lo tormentano.

Già conosciuto negli USA al SXSW Film Festival di marzo, il film di Imaz, con le sue inquadrature lente e statuarie e la sua trama apparentemente assente, sembra quasi un tassello fuori posto in una Festa del Cinema di Roma fatta di camere a mano impazzite, montaggi veloci e trame isteriche.

Il giovane di Città del Messico, alle prese per la quarta volta con la regia (Familia Tortuga del 2006, Cefalópodo del 2009 e Epitafio, in collaborazione con Yulene Olaizola, del 2015) e la quinta con la sceneggiatura (oltre ai film già citati ha contribuito alla scrittura di Fogo della Olaizola, nel 2012), crea un’opera con un’estetica ben precisa, compiuta e personale, seppur intrisa di influenze di tutto rispetto (lo stesso Imaz, in un’intervista rilasciata alla webzine messicana Remezcla e in più inquadrature di Tormentero, cita il famoso cineasta russo Andrej Tarkovskij fra gli artisti che più hanno segnato il suo modo di fare cinema e in particolare questo film).

Non è però solo l’estetica a farla da padrone: il film è denso di una ricerca morale e spirituale di cui Romero Kantún è il fulcro indiscusso. La telecamera infatti lo pedina per quasi tutta la durata dell’opera e quando si defila per seguire le poche altre anime che la abitano, sempre con una calma spettrale, lo cerca.

Kantún è infatti, a detta di Imaz stesso, la fusione di due personalità: da un lato Rudesindo Cantarell Jiménez, pescatore messicano realmente esistito la cui storia ha ispirato il soggetto; dall’altro Prospero, personaggio principale de La tempesta di Shakespeare, con cui Romero condivide la condizione di bandito che nel luogo d’esilio scopre la magia.

La magia in Tormentero però si lascia solo intravedere, nonostante sia l’agente scatenante della presa di coscienza di Kantún. La natura infatti si rivela all’uomo tramite presenze che passano da essere dei banali “fantasmi del passato” a spiriti che animano il presente e l’ambiente circostante. Gli alberi tremano, lasciano cadere frutti e la loro forza più-che-sotterranea si manifesta al pescatore che ha almeno l’umiltà di riconoscerne l’arcano.

Tormentero non arriva quindi a una definizione di arcano, con la magia parte da una già esistente. Imaz in questo film non si arroga il diritto di spiegare agli spettatori cosa sia ciò che spinge Kantún a cercare (cosa, fortunatamente, non si sa; potrebbe essere una giustificazione di ciò che ha fatto alla propria città come il senso della sua appartenenza alla natura), ma cerca lui stesso insieme al pescatore, con l’unico vantaggio di essere il creatore dell’opera di cui Kantún fa parte.

La conclusione di questa ricerca è inevitabilmente il raggiungimento di un mondo altro, una sorta di paradiso che però sarebbe limitante chiamare tale, poiché troppo simile al mondo terreno e al contempo troppo diverso dalle sue abitudini, una sorta di spazio ultraterreno parallelo alla realtà (sempre che nel film si possa mai parlare di realtà, dato che anche gli spazi principali sono decisamente ambigui). In questo luogo prende forma il finale, probabilmente troppo didascalico e terreno rispetto a tutto ciò che ha costruito per arrivarci. La forza di Tormentero sta infatti nell’arcano incomprensibile, misterioso e libero da ogni riferimento mondano, nella sua grande capacità di creare degli spettri in maniera assolutamente originale (memore forse soltanto del cinema di Apichatpong Weerasethakul) che si affievolisce se applicata a un discorso etico troppo definito.

Le atmosfere, appunto spettrali, sono perfettamente in linea col racconto, mentre la fotografia di Gerardo Barroso, a tratti forse un po’ troppo cristallina, fa da contrappunto all’oscurità degli avvenimenti. Nonostante ciò il film riesce a sfruttare appieno la luce sia nel suo valore simbolico che come forza ambientale e vi trova uno dei suoi punti di forza in una delle scene finali, in cui Kantún si trova in mezzo alla tormenta che sancisce l’arrivo di un’apocalisse (che potrebbe essere universale come circoscritta alla sua abitazione) e l’intermittenza di luci e ombre gioca un ruolo fondamentale.

Imaz, accompagnato dalla grande interpretazione di José Carlos Ruíz, mette dunque a punto un interessante racconto spirituale, in cui non basta l’alcol a giustificare le visioni ultraterrene. Il messicano dimostra di avere qualcosa da dire e un modo preciso per dirlo, ma soprattutto una classe e una conoscenza del cinema che, in questo festival, sono decisamente di pochi.

 

VOTO 7

 

Dati tecnici di Tormentero

TITOLO: Tormentero

REGIA: Rubén Imaz

SCENEGGIATURA: Rubén Imaz, Fernando del Razo

DURATA: 80’ minuti

GENERE: drammatico, mistero, low fantasy

PAESE: Messico, Colombia, Repubblica Dominicana, 2017

CASA DI PRODUZIONE: Aurora Dominicana

FOTOGRAFIA: Gerardo Barroso

MUSICHE: Galo Durán, Camilo Plaza

MONTAGGIO: Israel Cárdenas, Rubén Imaz

CAST: José Carlos Ruíz, Gabino Rodríguez, Monica Jimenez, Waldo Facco

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