TIRO LIBERO | Ma la palla non fa canestro.

TIRO LIBERO | Ma la palla non fa canestro.

Esistono storie intense e drammatiche, che trascinano lo spettatore in un uragano di emozioni, oppure commedie leggere, che tra una risata e l’altra offrono spunti riflessivi su argomenti tutt’altro che comici; Tiro Libero tenta di fare entrambe le cose, mancando però il bersaglio, e riportandoci indietro di qualche anno, alle dimenticabili “commediole” pseudo romantiche di Federico Moccia.

Dario (Simone Riccioni, attore e produttore) è un figlio di papà come tanti. Fabbrichetta di famiglia, tanti Suv da mettere in imbarazzo il protocollo di Kyoto e una grande passione, il basket. Casualmente, il bello e ricco eroe di questa storia è anche capitano della squadra locale, un leader indiscusso per il quale tutti, dai più piccoli ai più grandi, nutrono una cieca stima e un’attrazione magnetica inspiegabile.  Sfugge infatti come il nostro possa essere accettato da una comunità civile, visto il suo continuo e regolare “bullizzare” il prossimo, per mezzo di offese ed epiteti volgari. Ma d’altronde Dario ha tutto, gli bastano poche parole per pretendere i numeri di telefono delle ragazze, e ancora meno per assicurarsi un futuro con stipendi a svariati zero presso amici del padre.

Tutto questo un giorno cambia quando il prode capitano, dall’alto della sua spocchia e in pieno delirio di onnipotenza, decide di sfidare Dio in persona, che lo punisce con una fulminante distrofia muscolare, cambiandogli la vita nel letterale corso di pochi minuti.

Lo spettatore assiste a questa sproporzionata presentazione del giovane Dario e attende pazientemente una svolta narrativa, un coup de théâtre che trasformi un incipit banale in una storia più densa. Inefficace a questo ruolo è il tema della disabilità, che ahimè fa solo da sfondo all’autocelebrazione.

Dario e famiglia (Nancy Brilli, Antonio Catania) a dire il vero, vivono piuttosto serenamente la notizia, chiedendo come prima cosa al medico “Ma sport lo può fare, si?” e decidendo successivamente di pianificare un viaggio a Lourdes. La medicina e la paura della morte completamente dimenticate, in favore di una paciosa tranquillità, disturbante e surreale a tratti, che non migliora il protagonista e ne amplifica il coté antipatico e misantropo, nella scena culminante degli insulti a una ragazza obesa, investita palesemente di proposito subito dopo. Se vi sentite un po’ persi a questo punto non disperate, trattenente il fiato perché non è finita. Con un colpo di scena degno del grande Hitchcock, la ragazza si libera magicamente dal magnetismo gravitazionale di Dario, trovando addirittura la forza di denunciarlo e trascinarlo in tribunale, luogo in cui veniamo a conoscenza di una serie di misfatti precedenti del nostro “eroe”, quali risse, incidenti, altra gente investita perché brutta, vittima dei suoi ipertrofici canoni di bellezza, insomma il profilo di uno psicopatico, di un pericolo pubblico, che invece di venir rinchiuso nel manicomio di Arkham insieme ai Villains di Batman è osannato dalla città intera, visto come una figura messianica, per i suoi ormai continui deliri religiosi, nella forma di dialoghi a voce alta con Dio in persona tra le vie cittadine. La pena per Dario consiste in ben 3 mesi di volontariato, di cui in realtà si vede poco e nulla, con la missione di preparare una squadra di disabili per il torneo di Basket.

Una trama confusa, con tanti piccoli siparietti pseudo comici che oscurano di fatto i temi più interessanti e profondi, ponendo invece l’attenzione sui soldi, la bellezza, e un patetismo sentimentale degno delle domeniche pomeriggio sulle reti nazionali.

I tanti soldi, forse i veri, unici protagonisti, sono così tanti che comprano tutto, come l’attenuazione della sua terribile pena, attraverso una donazione che urla in faccia allo spettatore incredulo “tangente”, fino alla nuova identità di Dario. Il cambiamento morale e interiore del protagonista è infatti una farsa, l’ennesimo gioco del pupillo annoiato, che per conquistare l’amata di turno (Maria Chiara Centorami) la bipolare Isabella, fa ampio uso del patrimonio di famiglia per comprarsi letteralmente una buona opinione dei disabili del centro e di riflesso della sua amata, volontaria radical chic che un giorno inveisce contro i miliardari, e il giorno dopo fa progetti con un fidanzato direttore di multinazionale.

L’elemento comico è l’altro grande assente nella pellicola, limitato all’uso scontato delle parolacce stile cine-panettone e agli insulti verso la ragazza obesa. Sterile, cosi come i personaggi, piatti e déjà vu, per cui la malattia è solamente un espediente narrativo, appiccicato alla meglio senza effetti particolari, per renderli più umani e creare un minimo di empatia.

Sport e disabilità, il grande tema centrale già dalla locandina, si perde in un marasma di situazioni autocelebrative, deliri mistici e scenette che appartengono più ad una serie da piccolo schermo, che ad un film. Un buonismo becero, una positività artefatta e palesemente finta, come i sentimenti del protagonista, pronto ad abbandonare tutto e tutti (perfino sé stesso, decidendo di non curarsi) alla prima difficoltà. Alla fine della fiera non vediamo praticamente mai la squadra allenarsi o partecipare a partite di torneo, se non nel “finale” che tronca di netto la storia alla prima competizione dei ragazzi, senza neanche darci il risultato, creando quindi un effetto alla Shining, in cui non abbiamo ben chiaro cosa sia effettivamente successo davanti ai nostri occhi.

Voto: 3 fabbrichette su 10

 

Dati tecnici di Tiro Libero

 

TITOLO: Tiro Libero

USCITA: 21/09/2017

REGIA: Alessandro Valori

SCENEGGIATURA: Valentina Capecci

DURATA: 98 minuti

GENERE: Commedia

PAESE: Italia

CASA DI PRODUZIONE: Rainbow, Linfa Crowd 2.0

FOTOGRAFIA: Sandro De Pascalis

MONTAGGIO: Letizia Caudallo

CAST: Nancy Brilli, Simone Riccioni, Antonio Catania, Maria Chiara Centorami

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