Theresa May e la sfida del Regno Unito

Theresa May e la sfida del Regno Unito

L’Inghilterra si è letteralmente tuffata in una sfida che può essere definita come una vera e propria rivoluzione. Nessuno si aspettava la vittoria del Brexit, tanto da non anticipare le conseguenze pratiche dell’evento: proseguire o meno le relazioni con l’Unione Europea? Nessun piano di azione dunque. La loro incapacità di designare un altro candidato alla guida del partito conservatore è stata una prova più che evidente in questo senso. Eppure, questa rivoluzione procede, e le rivoluzioni, si sa, schiacciano sempre tutto ma spesso finiscono in tragedia.

La logica economica si attende dal nuovo esecutivo un accesso al mercato unico europeo così come la riduzione dell’immigrazione. Eppure, è proprio questa politica che la destra nazionalista pone come obiettivo fondamentale. Tuttavia, Theresa May, sostenitrice del “remain”, darà certamente del filo da torcere ai conservatori. Fino a dove si spingerà in materia di controllo dell’immigrazione? Come si comporterà in seguito all’uscita da tutte le strutture europee? Scelte che potrebbero determinare la recessione economica o peggio un crack finanziario.

I mercati e le imprese forniranno il loro inequivocabile verdetto. Di fronte al panico degli investitori, metà dei fondi immobiliari commerciali sono stati sospesi. La maggior parte delle grandi aziende hanno bloccato il loro progetti di investimento. Altri hanno deciso di lasciare il paese. La sterlina ha raggiunto il suo valore più basso da 31 anni.

La maggior parte degli economisti e degli esperti considerano che l’inquietudine legata al futuro dell’architettura degli scambi genererà un aumento del volume delle esportazioni, proprio come successo nel 2009. Di fronte all’aumento dei prezzi dei prodotti importati, il potere d’acquisto dei consumatori si ridurrà notevolmente, senza speranza di miglioramento.

Le strutture economiche e finanziarie dell’Inghilterra, membro dell’Unione Europea da quarant’anni, sono chiaramente molto legate all’Unione come per i passaporti europei che permettono indistintamente alle banche inglesi di operare in qualsiasi paese dell’Unione. Il deficit del paese rappresenta più del 5% del PIL (Prodotto Interno Lordo). A questo punto, l’Inghilterra appare profondamente debole finanziariamente e deve ora necessariamente riorganizzarsi. I sostenitori del Brexit continuano ad ignorare il rischio di una crisi bancaria, nonostante la grande probabilità evidente.

Tra le possibilità di affrontare la situazione ci sarebbe l’integrazione dello spazio economico Europeo (EEE) secondo l’opzione norvegese, grazie alla quale il Regno Unito potrebbe mantenere il suo accesso al mercato unico. Se non altro, permetterebbe il proseguo dei flussi commerciali, finanziari evitando di fatto il rischio di una crisi bancaria. Unica opzione razionale

I governi europei però non hanno mostrato nessuna intenzione di collaborare, massima intransigenza nei confronti di uno Stato percepito come traditore. Nemmeno per procedere in questa direzione.  Il Regno Unito dovrà inevitabilmente accettare alcuni compromessi, nonostante le evidenti difficoltà di natura economica.

Gli storici che dovranno spiegare la nostra epoca avranno certamente non poche difficoltà per spiegare quanto accaduto, come ad esempio la facilità con la quale i sostenitori del Brexit hanno appoggiato la causa. Quello che è certo, è che siamo giunti al momento di scoprire la verità e gli effetti di questa scelta storica. Theresa May, in bocca al lupo! La patata non è bollente ma rovente.

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