Politica cattolica: perché nessuno è disposto a sostenerla?

Politica cattolica: perché nessuno è disposto a sostenerla?


Sarebbe importante interrogarsi sulla scomparsa della politica cattolica in Italia, concludevo in un precedente articolino. Nel frattempo sono accadute cose interessanti: per esempio una settimana dopo Enrico Galli della Loggia tracciava sul Corriere una specie di ipotetico programma elettorale per una forza cattolica, altri hanno posto sul tappeto esigenze simili. Ma il problema rimane: le idee ci sono sì, ma non c’è per ora nessuno disposto a sostenerle. Perché? Forse posso provare anch’io a dare una risposta, soprattutto perché le risposte possono avere un significato più generale e gettare una qualche luce anche sulla crisi della politica in generale.

In realtà nel caso in questione le risposte dovrebbero essere precedute da una ricostruzione della storia recente d’Italia. Non è il mio terreno di studio, ma tutti coloro che hanno vissuto gli anni cruciali di «Mani pulite» hanno avuto la possibilità di formarsi un’idea abbastanza precisa dei fatti che portarono alla rapida dissoluzione di tutti i partiti tradizionali e delle conseguenze di ciò. Vedendo la storia a posteriori, in quelle condizioni la politica di ispirazione cattolica ha pagato per forza di cose un prezzo più alto delle altre. Un’area poté ristrutturarsi presentandosi come una destra moderna; un’altra poté quasi emergere dal nulla come liberale; un’altra ancora come un partito grosso modo socialdemocratico: tutte potevano apparire, e in parte essere realmente, una novità nel panorama italiano. L’unica area che non aveva spazio di manovra per trasformarsi era quella cattolica: dove avrebbe potuto ricollocarsi? E infatti, tutte le innumerevoli metamorfosi attraversate (a partire dalla prima, generosa ma perdente, in Partito Popolare) sono state condannate ad apparire come riedizioni più o meno camaleontiche della Democrazia Cristiana. Roba vecchia, insomma, e sospetta. Ma questa è storia, e le nuove generazioni non ne sanno, giustamente, quasi nulla. Il problema ora è capire perché, anche archiviato questo passato, posizioni cattoliche in politica non riescono a farsi strada e ad essere riconoscibili in Italia.

La mia impressione è che ci siano varie cause. La prima è in parte collegata alla storia a cui abbiamo or ora fatto riferimento. La fine della Democrazia Cristiana, così come quella degli altri partiti, fu accompagnata da notevoli figuracce. Da allora in poi pare difficile da sradicare l’idea che, se fai politica, sotto sotto hai qualche interesse personale che va a discapito di quello collettivo. Il fatto che perfino le grandi formazioni politiche tentino di farsi pubblicità accusando la «politica» la dice lunga. (La dice lunga anche sulla loro miopia, peraltro: come si è visto benissimo nel recente disastroso referendum costituzionale.) Del tutto comprensibile che un’area definita anzitutto da un credo religioso non voglia più rischiare figuracce collettive. Insomma, il fatto che la politica non si occupi più di idee cristiane è perfettamente speculare al fatto che i cristiani in quanto tali non vogliano più investire la loro identità in politica. Come disse il nostro Matteo Renzi (con una frase che se pronunciata da Barack Obama avrebbe provocato il giorno dopo il suo impeachment): io ho giurato sulla Costituzione, mica sul Vangelo.

Un secondo motivo è anch’esso collegato alla storia del secondo dopoguerra: l’identità cattolica non ha mai avuto (se non nelle amministrazioni locali) l’abitudine all’opposizione. In un certo senso stare all’opposizione è più facile perché ci si può limitare a criticare senza prendersi responsabilità, in un altro senso è più difficile perché bisogna dimostrare di avere alternative migliori, bisogna dare l’immagine di essere una forza critica ma costruttiva, anche quando, per le sagge regole della democrazia, non si ha alcuna possibilità di mettere in opera ciò in cui si crede. Tempo fa ascoltai un importante (anzi importantissimo) esponente del mondo cattolico dire in pubblico: «abbiamo deciso di mettere tra parentesi l’argomento X perché abbiamo capito che su esso non abbiamo la maggioranza dei consensi». Per me fu un’illuminazione: niente battaglie troppo rischiose, era il principio strategico. È evidente (anche se forse molto meno netto di quanto si pensi) che la sensibilità politica cristiana è oggi in minoranza in Italia, per tanti motivi più o meno connessi con i processi di secolarizzazione delle società. Se non si vuole andare in minoranza, meglio dunque neppure far comparire sulla scena le proprie idee.

Una terza causa è però forse la principale: il mondo cattolico italiano ha fortemente disinvestito sul terreno della cultura. La cultura è cosa differentissima dalla politica, e deve restarlo. Ma senza una cultura di riferimento, neppure una politica degna di questo nome esiste. Gramsci docet! Qualche tempo fa un editoriale del succitato Gali della Loggia ironizzava sui giovani politici che sono figli delle lauree triennali in improbabili corsi. In effetti, quando si leggono le trascrizioni dei discorsi parlamentari di mezzo secolo fa c’è da rimanere allibiti di fronte alla profondità e all’eleganza di parole che oggi a stento si sentono, appunto, in un’aula universitaria. Ma il problema è più radicale: se la politica non è sola amministrazione (che è già cosa oltremodo difficile!), essa ha bisogno di idee, della loro elaborazione, diffusione, discussione. Dov’è una cultura cristiana in Italia, che sia capace di andare sulla scena pubblica senza oscillare tra il «il mondo è cattivo» e l’«adeguiamoci ai tempi»? Certo, esiste, ma emarginata dal ritornello secondo cui «ci sono cose più importanti della cultura». La «santa ignoranza» colpisce ancora.

Si potrebbe replicare che questo è un problema non solo del mondo cattolico e della sua incapacità di esprimere una proposta politica. Infatti. La scena bizzarra di partiti che prima si costituiscono e poi decidono le loro idee cercandole qua e là quasi non sorprende più. Forse la situazione è generalizzata ed è proprio questo il problema: senza rivendicare la nobiltà dell’occuparsi della cosa pubblica, senza accettare l’eventualità di stare all’opposizione, senza idee pensate e discusse, una politica che si rispetti è in ogni caso impossibile.

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