Integrazione e reciprocità: torniamo alle domande

“Insomma chi anche una volta sola ha offerto un pranzo agli amici ha assaporato che significa essere Cesare. È una forma stregonesca di zarismo sociale a cui proprio non si può resistere”.
Moby Dick, Herman Melville

Università del Kent, Canterbury, Regno Unito. Qui i sostenitori della Brexit – del leave, per meglio dire –  hanno ottenuto una vittoria schiacciante, nonostante la forte presenza di un’università europea nel loro territorio. Ma lunedì 6 novembre 2017 non si è parlato di Unione Europea e rinegoziazione dei trattati. Al seminario organizzato nella facoltà di scienze politiche il tema era ‘Islam e possibilità di integrazione’, un altro tra gli argomenti caldi dei nostri tempi. Due cose risaltavano subito all’occhio: l’aula magna gremita di studenti da un lato, la quasi uniformità dei giudizi espressi da relatrici ed uditorio dall’altro. L’accoglienza e l’integrazione sono moralmente giuste, economicamente vantaggiose, storicamente dovute, politicamente incoraggiate, religiosamente possibili ed auspicabili. Nel coro di giudizi favorevoli, un velo con indosso una ragazza alza vigorosamente la mano. Vuole parlare. La domanda, come tutte le buone domande, è preceduta da una considerazione: “Emerge, dai vostri discorsi sull’integrazione, la bontà delle vostre intenzioni. Eppure c’è qualcosa che non va. Voi parlate come se l’integrazione fosse una concessione o un atto unilaterale. In che misura, vi chiedete, il mio mondo, quello islamico, sarà in grado di aprirsi al vostro? Ebbene, io vi chiedo, fino a che punto siete voi disposti ad aprirvi a quel mondo?”.

L’articolo potrebbe terminare qui, da sola la domanda apre uno spazio enorme per la riflessione. Vale la pena però aggiungere qualche chiave di lettura. I filosofi, gli scienziati politici, gli esperti, ognuno ha preso una posizione sull’integrazione. La forma argomentativa è la stessa, cambia la sostanza: che cos’è l’integrazione, perché è/non è possibile e quali sono le politiche adatte per favorirla/bloccarla. Nonostante l’acutezza di alcune analisi, il risultato viene sempre espresso nella forma dicotomica integrazione si/no. La ragazza sopra-citata, invece, ha inconsapevolmente adottato la teoria del punto critico di Luigi Einaudi, chiedendosi, ancor prima di proporre definizioni e politiche, fino a che punto l’integrazione sia possibile, fino a che punto possa essere favorita prima che si trasformi nel suo opposto o qualcosa di diverso. Domande, mi sia concesso, che sono anche la miglior risposta a chi si interroga sul ruolo della filosofia nelle società contemporanee.

La cosa che mi ha colpito maggiormente di questa domanda è però un’altra, l’intuizione che ne è alla base. La riassumerei così: l’accoglienza è un atto di gratuità, l’integrazione è faccenda di reciprocità. Forse molti non condivideranno quanto appena scritto. L’accoglienza non è un atto di gratuità dirà qualcuno, abbiamo delle responsabilità storiche e politiche verso le popolazioni che scappano da guerre, carestie, e così via. Vero, ma non è questo che caratterizza il fenomeno dell’accoglienza oggi. I governi rifiutano responsabilità dei governi immediatamente precedenti, a volte i figli rifiutano l’eredità morale dei padri (o madri), tanti non si sentono neanche appartenere alla coscienza collettiva di un paese. Nell’atto di chi accoglie, pagato o non pagato per farlo, c’è piuttosto una grande dose di gratuità, di attenzione e cura per l’altro, potremmo dire di dono. Come insegna Seneca nel suo meraviglioso trattato “Sui Benefici”, è tipico di chi fa un dono non voler nulla in cambio, se non un atto di gratitudine, un breve riconoscimento da chi ha ricevuto il dono. Io credo che gran parte del personale addetto (volontari compresi) all’accoglienza possa ritrovarsi in questa realtà di gratuità e riconoscimento descritta da Seneca.

E poi c’è l’altra faccia della medaglia, l’integrazione come reciprocità. Il nostro mondo è abitato e costituito da tante forme di reciprocità, di dare ed avere in cambio, che occupano spazi differenti. La reciprocità nei doni, nei contratti, nella famiglia, nella religione, nelle associazioni, in azienda. Ognuna di queste forme ha la propria sintassi, dal loro incontro emerge la grammatica delle nostre società. L’integrazione non è un’eccezione alla regola, non è una strada a senso unico. Da qui le domande che occupano le mie riflessioni sin da quella prima, geniale domanda alla conferenza: qual è la sintassi della reciprocità dell’integrazione? Quale dovrebbe essere? Come può interagire con la grammatica della nostra società? Fino a che punto siamo disposti a lasciare che questo accada? Domande integrali, prima ancora di risposte integrali.

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