Catalogna: il dramma del referendum per l’indipendenza

Catalogna: il dramma del referendum per l’indipendenza

Le immagini delle strade in rivolta di Barcellona e della Catalogna hanno fatto il giro del mondo nelle ultime ore. La tensione tra la centralità di Madrid, il governo spagnolo e tutto l’orgoglio catalano manifestato nella volontà di indipendenza hanno generato un clima di tensione decisamente rovente. Cosa ha generato questa situazione?

Per tentare di capire la “crisi” che suscita questo referendum sull’indipendenza in una regione che già dispone di uno statuto di autonomia, raduna il 16% della popolazione nazionale e rappresenta il 20% del PIL (Prodotto Interno Lordo) del paese, occorre analizzare il suo recente passato.

Come si è arrivati a questa situazione?

Nel 2006, il Parlamento spagnolo adotta un nuovo status che rinforza ulteriormente l’autonomia della regione catalana (Estatut d’autonomia de Catalunya) un fatto che suggerisce sostanzialmente la proclamazione di un “paese nel paese”. Dopo una domanda del Partito Popolare (PP, Conservatori), la Corte costituzionale annulla quattordici articoli di questo status di autonomia, revisionando il concetto di “nazione catalana” e rifiutando l’uso del catalano come lingua “preferenziale” nelle amministrazioni e attraverso i media.

La decisione, neanche a dirlo, è vissuta come un tradimento da un consistente numero di Catalani e rinforza conseguentemente la campagna per l’indipendenza della regione. Il giorno della festa nazionale catalana, l’11 settembre, si trasforma in una grande manifestazione per l’indipendenza. Nel novembre del 2014, la Catalogna organizza una consultazione simbolica sull’indipendenza, nonostante il divieto della Corte costituzionale. Il “Si” all’indipendenza ottiene l’80% dei voti, ma il tasso di partecipazione crolla al 33% degli iscritti – solo 1,8 milioni dei 7,5 milioni di Catalani, hanno votato “si”. Un processo partecipativo senza nessuna conseguenza legale.

Nel settembre del 2015, durante le elezioni regionali, l’insieme dei partiti indipendentisti di sinistra e di destra, ottengono il 47,6% delle preferenze e diventano per la prima volta maggioritari come seggi nel Parlamento catalano. Carles Puigdemont, diventato presidente della regione nel 2006, annuncia alla fine di giugno 2017 un referendum di autodeterminazione per il 1° ottobre. Madrid avvisa che non il referendum non avrà luogo.


Quali sono le competenze della Catalogna?

Comunità autonoma, la Catalogna dispone del suo Parlamento, del suo governo, della sua polizia e si incarica delle questioni di istruzione, salute, sicurezza e servizi sociali. Il castigliano e il catalano sono due lingue ufficiali ma a scuola i corsi sono in catalano. La regione non rivendica nessuna competenza in termini di difesa, di relazioni internazionali e di fiscalità (punto centrale della volontà catalana di indipendenza). La regione chiese nel 2012 a Madrid di beneficiare degli stessi privilegi fiscali dei paesi Baschi – ossia percepire denaro direttamente dai propri contributi e decidere del suo utilizzo – ma si è dovuta scontrare con il rifiuto del governo spagnolo, fatto che inevitabilmente ha contribuito all’aumento del desiderio di indipendenza, in tutta la regione.

La domanda che molti si fanno però è la seguente: il referendum è legale?

Da quando il Parlamento catalano ha proposto e organizzato il referendum, il governo spagnolo ha chiesto alla Corte costituzionale dei sospendere questa legge. La Corte ha avuto accesso a questa domanda di sospensione, rendendo di fatto illegale l’organizzazione dello scrutinio il 1° ottobre, attendendo di pronunciarsi completamente.Nel suo ricorso Madrid fa valere “ l’inesistenza della sovranità del popolo catalano” e il fatto che la legge di un referendum viola otto articoli della Costituzione, tra i quali l’articolo 2 che esorta “all’unità indissolubile della nazione spagnola”. La Corte costituzionale ha avvisato i dirigenti e i funzionari catalani che non possono cooperare all’organizzazione di uno “scrutinio legale”.

Carles Puigdemont qualifica come “errore” la procedura voluta per riformare la Costituzione. I separatisti accusano, d’altronde, i giudici della Corte costituzionale di essere “strumentalizzati”; su dodici magistrati, dieci sono stati designati dalla maggioranza conservatrice o dal governo guidato da Mariano Rajoy. Per contestare il divieto del referendum imposto da Madrid, Puidemont ricorre al “diritto del popolo di disporre di sé stesso”, evocando il diritto internazionale. Un principio che resta sfogato nella sua applicazione poiché la nozione di popolo non è chiaramente definita. Di fronte al rifiuto di Barcellona di fare marcia indietro, le forze dell’ordine hanno deciso di sequestrare, tra il 19 e il 20 settembre, le quasi 10 milioni di schede.

Quattordici altri responsabili del governo regionale sono stati arrestati dalla polizia e la Corte costituzionale spagnola ha annunciato il 21 settembre di aver inflitto multe dai 6 000 alle 12 000 euro a ventiquattro organizzatori del referendum “affinché possano rispettare le risoluzioni” della giustizia. Il governo catalano ha visto i propri conti messi sotto tutela dal ministero delle finanze per impedirne un uso illegale. Madrid, sostenuto dal partito socialista operaio spagnolo (PSOE – partito d’opposizione), ha inviato un rinforzo di 10 000 agenti della polizia nazionale e della guardia civile spagnola.

Qual è la posizione dell’UE?

La domanda ovviamente sorge spontanea: se la Catalogna ottenesse l’indipendenza sarebbe esclusa dall’Unione Europea? L’ex presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, dichiarò nel 2004 che uno Stato nato da una secessione dell’UE non sarebbe automaticamente considerato come facente parte dell’Unione. Servirebbe consultare la Commissione e il Parlamento, ottenere un voto del Consiglio europeo all’unanimità e fare ratificare un accordo d’adesione per tutti gli Stati membri. Non esiste nessuna posizione ufficiale della Commissione europea sulla questione catalana, preferisce rispondere Carles Puigdemont. È normale che avendo un referendum o una proclamazione alcuni paesi dicano che non verrà riconosciuto.

 

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