Che cosa fare per la scuola

Che cosa fare per la scuola


La nuova ministra della Pubblica Istruzione e dell’Università non ha cominciato il suo servizio in maniera facile. Non solo si è trovata a dover gestire i malumori sindacali creati dalle riforme precedenti (la cui risoluzione ovviamente ha innescato altre polemiche), ma ha dovuto vedere esplodere sotto i suoi occhi un concentrato di critiche all’attuale assetto scolastico italiano come raramente si erano viste negli ultimi anni. Da una parte Susanna Tamaro ha inaugurato una serie di articoli a firme varie in cui senza mezzi termini si è denunciato il fallimento della scuola italiana, sia sotto il profilo educativo sia sotto quello della trasmissione della cultura, dall’altra l’ormai celebre lettera dei seicento professori universitari ha fatto diventare tema pubblico di discussione ciò che finora era lamentela di corridoio: aver superato l’esame di stato finale della scuola secondaria superiore non garantisce neppure che si possegga quella competenza nella lingua italiana che dovrebbe essere assicurata in terza elementare. Forse anch’io (vincendo la mia naturale ritrosia a firmare lettere collettive) avrei sottoscritto quell’appello, se avessi avuto notizia della sua preparazione. E tuttavia riconosco che sono sensate le critiche anche durissime che esso ha ricevuto: siamo sicuri che l’Università sia innocente, quell’Università che fino a prova contraria prepara i docenti, e anche (in parte almeno) le classi dirigenti che decidono politicamente del destino della scuola? è sicuro che il sistema di istruzione di un tempo fosse migliore, o forse i suoi risultati mediocri venivano semplicemente mascherati dalla selezione che avveniva? davvero i problemi di un insegnamento inefficace si risolvono (come in parte auspica la lettera dei seicento) a colpi di verifiche in itinere?

Insomma, giuste osservazioni, da una parte e dall’altra. Sarebbe però un peccato che un dibattito così decisivo rimanesse incastrato nella ricerca del colpevole: tanto più che, come nell’Orient Express di Agatha Christie, un risultato apparentemente indecifrabile può derivare appunto dal fatto che i colpevoli sono tanti. Forse è più utile cercare di discutere sul futuro, senza escludere che a volte i passi avanti si facciano tornando indietro (perché no?), ma sapendo che appunto si sta parlando del futuro. Mi vengono in mente allora alcune piccole proposte, facili (almeno in linea di principio) e a costo zero.

Qui comincio con la prima: una radicale semplificazione dei programmi di insegnamento scolastici. Coloro che sostengono che quelli attuali sono molto migliori di quelli di un tempo hanno certamente le loro ragioni. Ma non si può negare che, in confronto a quelli di un tempo, sono spesso pletorici, esagerati, irrealistici. Mi ricordo quando, nei programmi della sperimentazione Brocca (i meno giovani ne avranno memoria), si scatenò l’ironia di fronte alla pretesa che in un’ora settimanale si potesse apprendere la tecnica della fusione in bronzo oppure (peggio ancora) la lettura di una partitura orchestrale. Ma la situazione a cui si è arrivati, almeno nei programmi della scuola primaria e secondaria inferiore, non è molto diversa. È ragionevole per esempio chiedere che un bambino di dieci anni sappia «individuare in un’opera d’arte, sia antica che moderna, gli elementi essenziali della forma, del linguaggio, della tecnica e dello stile dell’artista per comprenderne il messaggio e la funzione»? (È una citazione presa a caso dalle vigenti Indicazioni nazionali per il curriculo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione). Una richiesta di questo tipo non viene fatta neppure ad un laureato in Storia dell’arte. Scrivere queste cose significa allora far intendere che, quando si parla di obiettivi di apprendimento, di competenze da ottenere e così via, non si fa sul serio, ma al massimo si stanno proponendo vaghi ideali regolativi. Come distinguere allora ciò che viene detto sul serio da ciò che non lo è? Oppure, ancora peggio, si sta invogliando a credere che in fondo la cultura e lo studio (specie nel campo umanistico che, si sa, è fatto di chiacchiere) siano una cosa facile, così facile che in fondo a dieci anni si è imparato non solo tutto ciò che serve, ma tutto ciò che è desiderabile. Aggiungiamo poi il fatto che sulle spalle della scuola viene scaricata una massa di compiti di dubbia pertinenza (civici, sociali, psicologici), aggiungiamo il fatto che la concorrenza tra scuole (e ora perfino tra insegnanti) si scatena nelle attività collaterali anziché sulla bontà dell’insegnamento delle cose essenziali, e il micidiale cocktail è servito.

Vogliamo allora almeno terminare questa scena di Scherzi a parte e (senza nasconderci dietro la differenza tra «programmi» e «indicazioni per il curriculo») stabilire chiaramente che cosa è necessario che si sappia e si sappia fare all’uscita da ogni ciclo scolastico? Risuscitando un po’ dello spirito democratico di Benjamin Bloom (citiamolo per non rischiare di essere classificati tra i reazionari), vogliamo stabilire gli obiettivi pochi e realistici che devono essere raggiunti al 90% dal 90% degli studenti? Si potrebbe obiettare: ora viviamo in una società estremamente complessa, stratificata, piena di stimoli: una scuola che si appiattisca sul leggere, scrivere e far di conto è improponibile! Giusto. Anzi, quasi giusto. Proprio la situazione di oggi dovrebbe consigliare di concentrarsi su pochi grandi strumenti, anziché su una miriade di contenuti. Che le aule scolastiche debbano essere a loro modo permeabili agli stimoli e alla ricchezza di tutto ciò che avviene fuori delle mura scolastiche è un conto: che tutto ciò debba diventare obiettivo esplicito di insegnamento, oltre tutto con il rischio che questo venga ridicolizzata da ragazzi che per un motivo o per l’altro ne sanno di più di quanto si pretende di insegnare, è un altro. Insomma: è troppo desiderare una scuola in cui il necessario è poco e viene fatto bene, e che per il resto lascia libertà e responsabilità agli insegnanti?

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  • Lorenzo Echeoni

    Articolo meraviglioso e conclusione che condivido al 200%

    Prof il suo atteggiamento è quello che può migliorare scuola: chissenefrega chi è il colpevole, cerchiamo la soluzione!

    Ok abbiamo bisogno di più soluttori che problemisti.

    Abbiamo così tanti problemisti che chiedono occupazione che anche la dove non ci fossero problemi per saziare tanto bisogno dovrebbero essere creati.

  • Paolo vona

    Articolo molto interessante che cerca di affrontare un problema ormai sotto gli occhi di tutti, dalle statistiche al semplice paragonarsi con studenti Erasmus che ne sanno più di noi. E’ proprio sul fatto che fuori ne sanno più di noi che vorrei soffermarmi. La causa è stata ben sottolineata dal Prof, bisogna saper fare poco e farlo bene affinché non si finisca per parlare un po di tutto ma appunto sapendo poco o niente di quel tutto.
    Purtroppo, diciamoci la verità, la scuola italiana è cosa vecchia e caotica, per le riforme che si inseguono una sull’altra senza appunto fare nulla di concreto e perché statisticamente abbiamo la classe dirigente più datata e meno pagata. Dalla mia esperienza all’estero ho appreso che uno stipendio di un prof all’estero si aggira intorno ai 3/4mila euro (Germania), in Italia invece ecco quello che si legge

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/21/stipendi-docenti-litalia-e-nella-fascia-bassa-ue-tra-peggiori-per-scatti-di-carriera/718011/

    Quello che manca sono stimoli per migliorarsi, stimoli per stimolare professori e studenti a fare meglio, e non di più facendolo male.