Chi ricorda Nadia Comăneci?

Chi ricorda Nadia Comăneci?

Ci sono poche cose che dànno il senso degli anni che passano (soprattutto in chi lavora tra i giovani e ha l’impressione, ahimè, di restar tale anche lui) quanto l’accorgersi che persone od oggetti o vicende per lui famigliari sono invece sconosciuti agli altri. E così, qualche giorno fa ho dovuto aggiungere un ulteriore capitolo a questa piccola saga personale delle cose non più note: i più giovani non sanno chi è Nadia Comăneci!

Per risparmiare la lieve fatica di cercare notizie in Rete, ecco i fatti. Nadia Comăneci era una ginnasta romena. Partecipò ancora giovanissima (14 anni) alle Olimpiadi di Montreal del 1976, le prime che quelli della mia generazione hanno seguito con passione (forse per alcuni come me, anche le ultime!). I ventitré secondi con i quali passò alla storia furono quelli del suo esercizio alle parallele asimmetriche, realizzato con una perfezione mozzafiato. Alla fine gli occhi erano puntati sul pannello luminoso per vedere quale voto avrebbero dato i giudici: quando comparve un disastroso uno, ci fu un attimo di esitazione… finché tutti non capirono che il voto era in realtà dieci, il primo dieci della storia della ginnastica. Così «primo nella storia» che i pannelli erano stati ordinati e costruiti con solo una cifra, pensando che quella delle decine non sarebbe mai servita. Fu così che questa ragazzina romena, con il viso che la faceva sembrare ancora più bambina di quanto fosse, divenne immediatamente la stella incontrastata delle Olimpiadi. Quel dieci straordinario non fu l’unico, ne seguirono altri sei, e praticamente vinse tutto ciò che poteva vincere. Non sono minimamente esperto, ma credo che le sue imprese siano considerate ancor oggi insuperate (e in un certo senso insuperabili, perché ora non si può più partecipare alle Olimpiadi a quell’età).

Accanto all’ammirazione per questa giovanissima ginnasta, cominciarono anche ad essere formulate perplessità. Certo, sicuramente in lei c’erano doti naturali straordinarie, ma quale prezzo aveva dovuto pagare per ottenere tanti successi? è giusto che la vita di una ragazzina venga praticamente devastata (sei ore di esercizio al giorno, si diceva!) solo per raggiungere un risultato sportivo? E non era poi tutto questo il modo in cui una persona era stata sacrificata all’obiettivo di tenere alta la fama di una cupa dittatura, che mostrava orgogliosa la sua bandiera comunista al momento delle premiazioni e si affrettò ad insignirla dell’onorificenza di «Eroe del lavoro socialista»? Questa seconda perplessità in realtà venne dissolta più tardi da Nadia Comăneci stessa, la quale dovette dare un bel dispiacere al dittatore (che peraltro dopo poche settimane sarebbe stato pure rovesciato) quando nel 1989 compì un’altra impresa epica, fuggendo dalla Romania a piedi per sei ore e facendosi accogliere negli Stati Uniti. L’eroina comunista divenne così, più o meno volontariamente, un grande sponsor della libertà.

Ma che cosa dire della prima preoccupazione? Difficile dare un giudizio: forse a giudicare dalle interviste da lei poi rilasciate, le sei ore di esercizio al giorno non erano proprio una costrizione per lei. «Avrei voluto volare», disse, «ma essendo questo impossibile scelsi la cosa che mi pareva più vicina: la ginnastica». Forse sei ore al giorno di esercizio sono un prezzo equo se dall’altra parte c’è il sogno di Icaro. O forse sono un prezzo equo per molte cose, per qualsiasi passione sana, così come per l’arte, o per la scienza, o per la filantropia. A volte si ha l’impressione che questo sia uno dei temi che oggi si tende più a nascondere: il fatto che qualsiasi impresa, qualsiasi risultato bello e grande, ha bisogno di impegno, ha bisogno di investimenti dei quali all’inizio si immagina a stento l’esito. È molto comune sentire lodare le cose dicendo che sono «facili» (il che ha anche un senso, beninteso), molto raro invece sentirle lodare perché sono difficili. Perfino la scuola, il luogo dove la stragrande maggioranza delle persone si è confrontata forse per la prima volta con le cose difficili, tende al contrario ad essere presentata come facile, gli insegnanti stessi vengono sempre più spesso chiamati «facilitatori». Forse, tra tante lodi sgangherate della facilità, sono due i campi in cui ancora si mantiene abbastanza desta la coscienza che serve fatica e serve impegno: lo sport e la musica. Nessuno si sognerebbe di pensare che si diventa grandi tennisti o grandi violinisti senza tanta fatica ed esercizio.

Credo che su tutto questo valga la pena di riflettere. Il tempo della vita umana è (relativamente parlando) tanto. Si può fuggire certo dalla fatica dell’esercizio, dai grandi impegni per realizzare un sogno: ma solo a prezzo di sostituirli con la fatica della noia, con l’impegno dei passatempi. Tempo fa rimasi colpito quando un serissimo articolo di analisi sulle applicazioni per smartphone le giudicava sulla base di quanto fossero efficienti a far perdere tempo: perdere tempo, veniva osservato, è esattamente ciò che la gente vuole. O forse ciò che la gente viene spinta a volere.

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