Basta un no

Basta un no

Diverso tempo fa scrissi un intervento sulle questioni coinvolte nell’imminente referendum: con non poca ironia, sostenevo che non me la sentivo di votare una riforma della Costituzione che conteneva troppi punti oscuri e incomprensibili, e soprattutto che si faceva un titolo di merito, assieme all’allora ritenuta inseparabile riforma del sistema elettorale, dell’eliminazione di qualsiasi opera di confronto e mediazione sui valori, affidando tutto intero il potere ad un partito. Attendevo di pubblicarlo in questi giorni, ma ahimè debbo rinunciarvi: in giorni in cui il successo del sì sembrava ovvio potevo un po’ vanitosamente atteggiarmi a cavaliere solitario, in questi giorni di sondaggi concordi nel prevedere una disfatta dei promotori mi parrebbe di maramaldeggiare su un referendum morto.

Ciononostante, e qualunque sia il risultato (i sondaggi possono ben sbagliarsi), qualche considerazione mi pare opportuna. L’altro giorno guardavo distrattamente su uno schermo della stazione il messaggio pubblicitario a favore del sì: ridurre il numero dei politici, eliminare i privilegi della casta, diminuire i costi, cambiare, abolire le province! Messaggi efficaci, senza dubbio, nei confronti dei quali la maggior parte degli italiani simpatizzerebbe. Ma non c’era neppure un messaggio positivo: neanche quello del cambiamento, perché è ovvio che invocarlo senza specificare quale ne sia la direzione significa solo appellarsi al risentimento verso il passato e il presente. Ma qual è oggi il presente? quale è l’attuale classe politica dominante e percepita come titolare di privilegi? quale occupa in maniera maggioritaria i posti di potere? quale da molti viene percepita arrogantella e incapace di qualsiasi confronto? Quella del Partito Democratico, ovviamente. Moltissimi italiani saranno istintivamente d’accordo con quei messaggi, il problema è solo che sostituiranno la conclusione con l’unica che pare loro logica: per liberarsi dell’attuale classe politica «basta un no». (Oltre, ovviamente, a tutti coloro che hanno avuto la pazienza di formarsi un giudizio sul merito questa proposta, e diranno «no» solo per questo.)

Così va la storia, purtroppo. Le vicende della politica sono intricate e imprevedibili, ma è una costante che coloro che entrano in scena con la ghigliottina prima o poi ne vengono decapitati. O, per essere un po’ meno cruenti, chi di rottamazione ferisce di rottamazione perisce, soprattutto quando le promesse fatte per conquistare il consenso (come ahimè accade sempre più spesso in una vita politica spettacolarizzata) non possono poi essere mantenute. Nel caso specifico bisognerebbe anche vedere quali siano stati i passi falsi di un governo che, partendo da un consenso straordinario, è riuscito poi ad alienarsi le simpatie di larghissimi settori: il mondo della scuola, l’Università, i cattolici (curiosamente molto più la gente comune che le gerarchie), per esempio. I sondaggi che dicono che il «sì» è maggioritario solo tra i pensionati sono un po’ impietosi per un governo che si è presentato come finalmente giovane. Si potrebbe anche riflettere sulla crisi generalizzata delle forze politiche di sinistra in Occidente, incredule di fronte alle proprie sconfitte e apparentemente zelanti solo in temi che in Italia definiremmo pannelliani (che hanno cioè ben poco a che fare con la tradizione di sinistra e che infatti destano lo sconcerto di molti tradizionali militanti). Ma anche se questo non fosse, è l’arma dell’antipolitica che non funziona, non solo nel lungo termine, ma neppure nel medio.

Insomma: cercasi disperatamente forza politica che non costruisca le sue fortune sulla polemica e sulla rottamazione. Che dica che la politica è cosa grande, bella e molto difficile. Che non faccia previsioni mirabolanti, ma prometta di impegnarsi per affrontare i problemi. Che non insulti mai gli avversari, ma sappia che tutti hanno idee degne di esser valutate e interessi spesso legittimi da difendere. Che riconosca i propri errori quando li commette. Che sappia che la competenza è indispensabile, ma sono necessari anche ideali chiari e dichiarati, che usino la competenza per gli obiettivi che giudichiamo buoni. Che sappia che le persone danno il meglio di sé quando sono responsabilizzate e lasciate libere, non quando vengono trattate da potenziali delinquenti. Che non giudichi la democrazia e il suffragio universale come un noioso fardello, ma l’occasione bellissima per coinvolgere tutti i cittadini nelle vicende del bene comune.

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