Chiesa, “la cultura del silenzio” (parte 2)

Chiesa, “la cultura del silenzio” (parte 2)

Solo per convezione si definiscono siciliane le capacità di non vedere, non sentire e non parlare, in realtà sono le prime “qualità” richieste alla maggior parte di coloro che svolgono ruoli istituzionali importanti. Lo si evince da decenni e decenni di silenzio, che per comodità logistiche facciamo partire dal caso di Marcial Maciel Degollado, riguardante gli anni del papato di Wojtyla. La vicenda viene alla luce dopo che monsignor Carlos Talavera Ramírez, vescovo di Coatzacoalcos in Messico, scrive a Ratzinger, allora capo del Sant’Uffizio, per informare il pontefice Giovanni Paolo II di un caso di abuso sessuale a sua conoscenza. Ramirez è infatti sollecitato dal sacerdote Alberto Athié, una delle vittime delle violenze di Maciel quando negli anni ‘50, ancora minorenne, era un seminarista dei Legionari. Marcial Maciel Degollado fu il padre fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo nel 1941 e fu protagonista di una serie di denunce arrivate in Vaticano, che lo indicavano come colpevole di molti abusi su minori. La risposta di Ratzinger non aprì nessuna possibilità di incontro: «Padre Maciel è molto caro al Santo Padre e ha fatto molto per la Chiesa. Quindi, mi dispiace, ma non è prudente riaprire un’inchiesta». A questo punto Athié, insieme a Fernando M. González, sociologo e psicanalista, e José Barba, legionario di Cristo dagli 11 ai 24 anni, poi diventato docente universitario, scrive un libro nel quale raccoglie 212 documenti vaticani riservati, segreti e inediti su Maciel. Da questi emerge la consapevole complicità delle gerarchie vaticane, a cominciare da Giovanni Paolo II e dal futuro Benedetto XVI, con il sacerdote messicano. Anche nel papato di Benedetto XVI, definito il “papa tolleranza zero”, non sono mancati strani intrecci fra promozioni, omissioni e colpevolezza. Sia il papa emerito, che il fratello maggiore padre Georg Ratzinger sono infatti strettamente legati alle vicende del “Regensburger Domspatzen (“Passeri del Duomo”), coro maschile di voci bianche della Cattedrale di Ratisbona, del quale Georg Ratzinger è stato direttore dal 1964 al 1994. Durante questo periodo sono avvenuti abusi fisici e psicologici ai danni di centinaia di bambini del coro. Le denunce sono state raccolte prevalentemente nel 2010 e per la precisione 500 sono state le violenze corporali, mentre 67 quelle sessuali, mentre i colpevoli accertati 49. La diocesi ha iniziato a collaborare sull’inchiesta soltanto nel 2016. Georg Ratzinger si definì ignaro dei fatti e ammise soltanto di sapere e di aver dato lui stesso “qualche schiaffo”: «se avessi saputo degli eccessi di violenza che avvenivano, avrei fatto qualcosa, chiedo perdono alle vittime». L’avvocato dell’accusa, Ulrich Weber, parla invece di “cultura del silenzio, attribuendo all’ex direttore la responsabilità di «aver chiuso gli occhi e di non aver preso misure a riguardo», così come al vescovo di Ratisbona nel 2010, Gerhard Ludwig Müller, che ha gestito le prime denunce, rifiutando il confronto con le vittime.

Ai tempi di Bergoglio

Nel 2016 sembrava fosse arrivato il tempo delle pulizie generali perché, con un documento chiamato “Come una madre amorevole”, Bergoglio stabilisce che i casi di negligenza devono essere valutati da quattro organizzazioni competenti scelte dallo stesso pontefice, ovvero quella dei Vescovi, dell’Evangelizzazione dei popoli, delle Chiese Orientali e degli Istituti di vita consacrata. La decisione definitiva sulla rimozione del vescovo spetta al papa, assistito da un apposito collegio di giuristi, composto da cardinali e vescovi. Eppure «nei primi tre anni di pontificato di Bergoglio sono arrivate alla Congregazione per la dottrina della fede 1200 denunce di molestie “verosimili” su ragazzini e ragazzine di mezzo mondo». Solo iAustraliafra il 1980 e il 2015, si sono verificati 4.444 presunti episodi di pedofilia in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica. Secondo le testimonianze raccolte, l’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e 11 e mezzo per i bambini, mentre 33 anni è la media di tempo necessaria per sporgere denuncia. La commissione antipedofilia, voluta da papa Francesco nel 2014, si è riunita soltanto tre volte, senza aver ancora inserito fra le sue norme l’obbligo di denuncia di questi reati alla magistratura civile. Lo scorso marzo Marie Collins, vittima di molestie sessuali da parte di un sacerdote all’età di 13 anni, ha abbandonato la Commissione. Era l’ultima vittima di abusi rimasta all’interno dell’organismo e l’unica componente femminile. Il motivo del suo distacco è stato il continuo boicottaggio delle loro iniziative da parte della Curia, dice: «spesso si sentono dichiarazioni pubbliche intorno alla profonda preoccupazione della Chiesa per le vittime di abusi, ma poi in Vaticano c’è chi si rifiuta anche solo di riconoscere le lettere inviategli per provare a risolvere questa preoccupazione». Si può dire che i protagonisti del precedente articolo fossero i pesci piccoli, figure “sacrificabili”, sacerdoti di medio e basso profilo. Ma il cancro della pedofilia ammorba anche le sfere alte del Vaticano: a spiegarlo bene è Emiliano Fittipaldi in un libro uscito nel gennaio 2017, Lussuria, nel quale fa i nomi e i cognomi di cardinali molto importanti, racconta storie di intrighi, peccati e segreti che riguardano le cariche più importanti della Santa Sede. Nomina fiumi di cardinali e sacerdoti molto vicini a Bergoglio, ma in particolare un trio di potenze, presente all’interno del C9, il Consiglio dei Cardinali, istituito da Bergoglio il 28 settembre 2013, per la riforma e la gestione della Chiesa universale: insomma la fidata cerchia ristretta formata da nove cardinali, consiglieri personali del pontefice. Il cardinale australiano George Pell, «numero tre del Vaticano, è indagato per aver messo le mani addosso a due ragazzini che, da adulti, lo hanno denunciato. […] In passato ha accompagnato e sostenuto in tribunale un sacerdote molestatore seriale (Gerald Risdale), ha aiutato economicamente predatori sessuali finiti in carcere, ha inviato una lettera a una ragazzina violentata da un suo prelato in cui si diceva che o accettava 30 mila euro come risarcimento e la chiudeva lì, o la Chiesa si sarebbe difesa “strenuamente” dalle accuse, sebbene Pell sapesse che erano vere». È stato nominato direttamente da Bergoglio, è il capo della Segreteria dell’Economia ed è secondo solo al pontefice e al segretario di Stato, l’arcivescovo Pietro Parolin. Il secondo nome è quello di Óscar Rodríguez Maradiaga, coordinatore del C9, che fra il 2002 e il 2003 ha ospitato in una delle diocesi sotto il suo controllo, in Honduras, il prete latitante Enrique Vásquez, un prelato incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali e ricercato dall’Interpol per quasi quindici anni. Maradiaga non ha mai nascosto la sua posizione in merito alla colpevolezza dei sacerdoti incriminati per pedofilia, tanto che in una conferenza pubblica a Roma dichiarò di essere «pronto ad andare in prigione, piuttosto che danneggiare uno dei miei preti. Per me sarebbe una tragedia ridurre il ruolo di pastore a quello di poliziotto». L’ultimo è il cardinale Francisco Javier Errázuriz, ex arcivescovo di Santiago del Cile, che per anni ha ignorato le denunce inviategli dalle vittime di padre Fernando Karadima, al quale ha, tra l’altro, promesso, nel 2006, una grande festa per il suo addio al sacerdozio, celebrando i suoi cinquant’anni di servizio come un grande anniversario. Karadima è stato definito dal cardinale stesso come una sorta di “santo vivente”, un prete che ha formato tre generazioni di prelati cileni, mentre nell’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzales viene descritto come un criminale seriale che ha distrutto vite di giovani innocenti. Sempre dallo stesso documento di inchiesta si evince la volontà di Errázuriz di scongiurare uno scandalo mediatico, allungando i tempi delle indagini, infatti, nonostante il cardinale fosse a conoscenza delle violenze di Karadima dal 2003, manda il materiale in suo possesso solo nel 2010, quando le vittime decidono di raccontare le violenze pubblicamente. Il giudice penale ha confermato le violenze, ma ha dovuto prescrivere i reati, così la sola condanna che ha ricevuto Karadima è stata quella della Congregazione, la quale ha ritenuto sufficiente farlo ritirare «a una vita di preghiera».

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