Lindbergh, l’aquila solitaria che stupì il mondo

Lindbergh, l’aquila solitaria che stupì il mondo

Tra il 20 e il 21 maggio 1927, dopo oltre 33 ore consecutive di volo, Charles Lindbergh portò a termine un’impresa che oggi, a 90 anni di distanza, ancora si fatica a credere compiuta. Pilotando in solitaria un aereo nel quale probabilmente non saliremmo neppure da fermo, l’aviatore statunitense decollò dal Roosevelt Field (vicino a New York) per atterrare il giorno successivo a Champs de Le Bourget, nei pressi di Parigi. La trasvolata atlantica, la prima in solitaria, consegnò Lindbergh alla leggenda e contribuì in modo deciso al progresso degli aerei, che da allora iniziarono a divenire macchine sempre più efficienti e capaci di insidiare il dominio dei cieli da parte dei dirigibili.

Chiaramente il cospicuo premio in denaro di 25mila dollari (Premio Orteig) fece da volano per Lindbergh che, comunque, dovette faticare non poco per riuscire a trovare finanziatori per la sua impresa: in molti, infatti, ritenevano semplicemente folle l’idea di sorvolare l’Atlantico dall’America all’Europa senza scali considerando le incognite che caratterizzavano i rudimentali mezzi a disposizione dell’epoca. La tenacia di Lindbergh fu comunque premiata quando un gruppo di finanziatori della città di St. Louis decise di mettere a disposizione i fondi per la preparazione dell’aereo. Il velivolo, un monomotore derivato da modelli per il trasporto civile e postale, era in sostanza un enorme serbatoio con le ali nel quale lo stesso Lindbergh faticava a trovare spazio. L’esile struttura dell’aereo era un misto di legno e metallo, rivestita in tela e alluminio. Il motore, un 9 cilindri in configurazione stellare raffreddato ad aria, riusciva a far mantenere al mezzo una velocità di crociera di soli 180 km/h: niente rispetto alle prestazioni con le quali i moderni aerei permettono collegamenti intercontinentali in sicurezza e in breve tempo.

Nonostante lo sfavore dei pronostici e di buona parte degli esperti di aviazione, lo Spirit of St. Louis (nome scelto per il velivolo in onore alla città di St. Louis, da cui provenivano i finanziamenti) il 20 maggio 1927 iniziò il rullaggio al Roosevelt Field. L’aereo, nel quale furono imbarcati più di 1600 litri di carburante, cominciò a fatica la sua corsa lungo la pista e per poco non fece la fine del Sikorsky S-35 pilotato da René Fonck, che solo un anno prima si schiantò a fine pista, incendiandosi, a causa dell’eccessivo peso dell’aereo. Lindbergh riuscì invece a scampare il pericolo e a portare in quota l’apparecchio per arrivare, 33 ore e 30 minuti più tardi, alla destinazione finale di Parigi, dove ad accoglierlo si raccolsero migliaia di persone che lo portarono in tripudio.

L’impresa del pilota americano, celebrata nel tempo anche attraverso la musica e il cinema, compie oggi 90 anni ma giovane resta sempre il significato intrinseco della vicenda, che insegna a perseguire con costanza e metodo i propri obiettivi di vita nonostante le difficoltà e i pareri contrari di chi, per svariate ragioni, invita a desistere indicando magari come folle un progetto che, invece, potrebbe aprire la via alla realizzazione di se stessi e dei propri sogni.

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