Suicidi giovanili e uno sguardo alla società

Suicidi giovanili e uno sguardo alla società

Sembra che non passi un giorno senza notizie di suicidi, senza che non ci sia la terribile notizia di una giovane vita che ha deciso di porre fine al proprio respiro. Cosa c’è che non sta funzionando nella nostra società?

Sembra che stia diventando un’abitudine apprendere notizie di suicidi, di suicidi di giovani che decidono di affrontare i problemi ponendo fine alla propria vita. Nomi diversi, vite diverse, storie diverse, età differenti, un comun denominatore: il suicidio.

Michele è il nome di fantasia di un 30 enne che alle delusioni continue della società in cui viveva ha preferito il suicidio. Lo ha fatto lasciando una lunga lettera in cui manifesta tutto il suo disagio di vivere in un mondo che non gli appartiene, che non ha fatto nulla per meritare gli sforzi di un’anima che ci prova a conquistarsi e a meritare un posto nel mondo. Perché lo meritiamo tutti un posto nel mondo, ma la nostra società lo dimentica e Michele, che la meritocrazia non l’ha mai vista in questa terra, ha deciso di mettere fine a questo provarci senza arrivare mai a nulla. Si è sentito tradito da un mondo che ha promesso – ai sacrifici – una ricompensa. Michele arrivato a trent’anni, senza un lavoro, con l’incertezza davanti a sé ha visto in quel suo gesto estremo, la possibilità di porre fine al proprio dolore e alla propria sofferenza.

A Mantova, un ragazzo di 22 che dopo aver fatto colazione – l’ultima colazione – con la propria ragazza, si è impiccato alle ringhiere delle scale. È il 4 febbraio il giorno in cui un ragazzo di soli 22 anni preferisce la morte alla vita in questa società. Era molto che cercava lavoro, ma non lo trovava, ed era stanco di stare con le mani in mano, tra colloqui che erano tutti un “le faremo sapere” senza poi fargli sapere nulla.

C’è Alberto, il nome di un ragazzo di 23 anni di Badia, che la sera del 13 febbraio si è tolto la vita gettandosi sulle rotaie del treno Freccia Rossa, partito da Napoli e diretto a Venezia, che passava, senza fermarsi, a Rovigo. Una velocità di 110 chilometri orari quella in cui Alberto ha deciso di fermare la sua vita. Alle 20.55 la telecamera di sorveglianza della stazione ferroviaria rodigiana ha ripreso la tragedia che adesso cerca un perché. Il giorno dopo si sarebbe festeggiata la sua laurea in ingegneria, e ora proprio su questo ci si concentra: gira voce infatti che il ragazzo non avesse dato tutti gli esami e che è stata proprio questa bugia a spingerlo a farla finita. Non c’è nessuna certezza al momento, ma se fosse davvero quello il motivo, cosa spinge un 23 enne a ricercare la morte piuttosto che il coraggio di dire la verità. Ma soprattutto, cosa spinge un ragazzo a inventare tutto un percorso di studi fino alla finta laurea?

Poi c’è un liceale di 16 anni che sempre il 13 febbraio si è suicidato. È successo a Lavagna, all’uscita di scuola un controllo da parte della Guardia di Finanza ferma il giovane con un piccolo quantitativo di hashish, circa 10 grammi, confessando che a casa ne ha dell’altra. Gli agenti vanno poi a casa del ragazzo per avvisare i genitori, i quali lo hanno poi rimproverato. In seguito il ragazzo si è alzato e è andato nell’altra stanza. Tutti credono che sia andato a prendere un po’ d’aria, in realtà, il ragazzo si butta dal balcone. Inutile ogni tipo di rianimazione, il cuore del liceale si è fermato, forse per una volontà di “autoeliminazione” – come dice una psicoterapeuta dell’adolescenza – di fronte quella vergogna, quell’evento che non riusciva a contenere.

Non si conoscono ancora i motivi di un altro suicidio. Milano, una ragazza di 17 anni viaggiava in macchina con il padre di 56 anni, quando all’improvviso si è slacciata la cinta, ha aperto la portiera e si è lanciata dall’auto in corsa. Le ruote posteriori di un tir l’hanno travolta, e anche per lei non c’è stato nulla da fare, i soccorsi non hanno potuto rianimarla, il suo cuore si è fermato per sempre. Al momento sono in corso le indagini, sembra che la ragazza fosse affetta da qualche problema psichico.

Un’altra ragazza di 17 anni, a Roma, nel quartiere Nomentano, la mattina del 14 febbraio, senza che al momento si conoscano i motivi, è precipitata dal settimo piano. Ora è in ospedale al Policlino Umberto I, le sue condizioni sono gravi e la ragazza sarebbe in coma. Sul pianerottolo del settimo piano sono stati trovati la giacca e lo zaino della giovane, che ora si dice negli ultimi tempi la si vedeva più fragile e con nuove amicizie.

La società è composta da ognuno di noi

Non si può non essere drammatici di fronte questi episodi, perché questi episodi sono drammatici! Sono vere e proprie tragedie che lasceranno sempre mille interrogativi, anche davanti a lettere che spiegano il perché di tali gesti, nonostante i motivi su motivi che possano spiegarli, comunque lasceranno domande, perché esiste sempre un’alternativa alla morte e bisognerebbe che tutti ce lo ricordassimo.

Nessun dato Istat sull’aumento o meno dei suicidi giovanili potrà dare una risposta a tutti questi interrogativi, perché alla fine dei conti, l’essere umano non si può ridurre ad una statistica, e le storie dei ragazzi e ragazze di prima sono storie, non sono numeri. Abbiamo l’obbligo di non vanificare quelle tragedie in meri fatti di cronaca o calcoli freddi, abbiamo il compito di rifletterci sopra e di sensibilizzare tutti a fare lo stesso.

Cosa spinge dei ragazzi di poco più di 15 anni a mettere fine alla propria vita? Quelli descritti prima sono solo alcuni dei suicidi di giovani vite, per cause che riguardano bullismo, cyberbullismo, voti bassi a scuola, esami non passati, lauree rimandate, lavori non trovati.
Non si avverte in questo, quello che molti antropologi definiscono un “malessere emozionale”?

Molti psicologi rintracciano una spiegazione a tutti questi suicidi, nel fatto che non si riesca più a sopportare il fallimento, ma in fondo, non siamo noi a concettualizzare il fallimento? E allora, non dovremo essere noi stessi a insegnare alle generazioni future che un risultato negativo, se comunque preceduto da un forte impegno, non rappresenta un fallimento?

Guardando al caso di Michele, invece, cosa spinge un 30 enne a porre fine alla propria vita? Perché anche se non ha 20 anni, sempre di una vita che ha deciso di farla finita si parla.
Molti si sono scagliati contro la lettera che ha scritto, perché in quella lettera ci hanno letto solo uno scarico di responsabilità nei confronti della società. Secondo il senso comune Michele avrebbe dovuto fare di più, ma forse lo stava facendo, ma il suo di più non bastava. Sicuramento non avrebbe dovuto arrendersi, ma non possiamo conoscere il suo cuore.

E allora, non è forse il caso di tacere i giudizi di fronte queste tragedie, e rendersi davvero conto – una volta per tutte – che la società è ognuno di noi?
E se la società è composta da ognuno di noi non vuol dire che ognuno di noi ha la responsabilità nei confronti di tutti?

Leggendo e ascoltando queste notizie la riflessione principale è quella che spinge a chiederci se siamo arrivati a un punto in cui per molti sembra che non esista nessuna soluzione se non la morte? Ma può mai la morte essere la soluzione? No, nella maniera più assoluta, la soluzione è il coraggio, il coraggio di alzarci ogni giorno e rialzarci di fronte un curriculum troppo vuoto per una società troppo piena di nulla. Il coraggio è renderci conto che siamo ciò che decidiamo di essere, a livello di società, e se decidiamo di migliorarci, abbiamo tutti i mezzi per poterlo fare, questo è quello che non dovremo dimenticare, che la società la fa ognuno di noi.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook