Omicidio Italo D’Elisa: i giustizieri del web sono colpevoli quanto Di Lello

Omicidio Italo D’Elisa: i giustizieri del web sono colpevoli quanto Di Lello
(fonte immagine: La Stampa)

Le bare fanno sempre paura, provocano sgomento e disorientamento, con le bare bianche, però, si aggiunge anche la rabbia e la non accettazione. Soprattutto quando non arrivano da cause naturali o da tragiche fatalità, ma dalla volontà altrui. Eppure sembra che la sensibilità e l’empatia che generano lo sgomento non siano sentimenti universalmente umani, ma che caratterizzino solo una frangia dell’umanità. E se le bare bianche causano sgomento, l’indifferenza e, peggio ancora, la contentezza nel vederle disarmano e incattiviscono insieme.

È quanto è successo prima e dopo la morte di Italo D’elisa: il ventenne ucciso da Fabio Di Lello, il 1 febbraio scorso. Ormai è un fatto di cronaca e le dinamiche dell’omicidio sono state indagate ed accertate: Di Lello ha vendicato la morte della moglie, Roberta Smargiassi, avvenuta sette mesi fa, dopo essere stata investita da Italo D’Elisa.

Questa è una storia di reazioni a catena del tutto sbagliate e prive di senso: due morti e decine di vittime, intere famiglie spaccate e distrutte, a causa dell’incapacità di elaborare un lutto, di dare pienezza e rotondità ad un vuoto incolmabile, ma pur sempre un vuoto d’amore. È una storia paradossale e insieme assurda, non compaiono vinti nè vincitori, hanno perso tutti: Fabio ha perso sua moglie, Italo ha perso la spensieratezza e poi la vita, Fabio ha perso la lucidità e ora la libertà, le rispettive famiglie hanno perso la gioia, l’equilibrio e vagano nell’oscura confusione dell’assurdo.

È una storia che avvicina così tanto il cimitero dei morti e la terra dei vivi, da essersi confusi e mescolati, inscenando la tragedia dal titolo “la terra dei morti viventi e il cimitero dei morti sbagliati”.

Ma c’è dell’altro, ed è questo altro che mi lascia ancor più sgomenta: la nonchalance con cui persone estranee ai fatti, non colpite direttamente né dalla morte di Roberta, né dalla morte di Italo, incitassero alla resa dei conti privata, come se fossimo nel far west a giocare con le pistole, come se davanti e dietro al grilletto non ci fossero delle persone, ma dei giustizieri inanimati, esseri robotici che compiono gesti meccanici. Beh non è così. “Persone” che si sono arrogate il diritto di sentenziare, di sminuire l’importanza e la decenza della vita di qualcuno, in nome di che cosa? Di una cattiveria gratuita, nascosta dietro alla tastiera di un computer o di un i-phone? Senza mai pensare, veramente, che il destinatario di simili insulti e minacce, Italo, era un ragazzo come noi, singolare nell’andatura faticosa, a causa del fardello che gravava sulle sue spalle: l’aver tolto la vita a qualcuno, la moglie di qualcuno e la figlia di qualcun altro ancora, non è un peso facile da gestire e sopportare. Si è vittime pur essendo carnefici, il padre di Italo ha urlato “hanno ammazzato un morto” perché conosceva i supplizi interiori del figlio. Su Facebook, dopo la morte del ragazzo, esseri umani, in quanto senzienti, ma disumani in quanto irrazionali, hanno avuto il coraggio di scrivere frasi come “Italo D’Elisa – la giusta fine” oppure “Italo D’Elisa uno di meno”.

Allora io chiedo a questi stronzi, a questi geni del male, se Italo fosse stato tuo fratello? Ma soprattutto, se adesso il padre di Italo decidesse di farsi giustizia da sé (per quanto non sia mai riuscita ad attribuire un senso valido a questa espressione), ripagando con la stessa moneta il carnefice di suo figlio? E innescando una catena di morti fino all’esaurimento dell’ultimo antenato della famiglia D’Elisa e della famiglia Di Lello. Allora voi, giustizieri dei nostri stivali, dovreste forse applaudirlo o incitarlo? Indubbiamente l’atto sarebbe conforme al vostro modo di ragionare e di intendere la giustizia, si quella giustizia che risale all’occhio per occhio, ma non sarebbe la scelta giusta. Già, perché per quanto ci sembri insopportabile, esiste il giusto e l’ingiusto, il lecito e l’illecito, il bene e il male.

Durante i funerali, del 4 febbraio, il parroco ha toccato questo argomento, esortando alla riflessione e alla fine della lotta virtuale: <<Dobbiamo tornare a parlare tra di noi. Senza conoscere abbiamo condannato>>.

La famiglia D’Elisa: che vengono individuati i giustizieri del web

La famiglia D’Elisa ha deciso di denunciare i giustizieri del web, per istigazione al delitto, sia prima che dopo l’omicidio. L’avvocato della famiglia, Pompeo Del Re, chiederà alla procura l’identificazione degli istigatori, accusati di aver inventato molte circostanze, tra le quali la presunta aria di supponenza e di sfida di Italo D’Elisa nei confronti di Fabio Di Lello. Tra l’altro questa è stata la prima giustificazione che l’assassino ha fornito per legittimare la sua azione: si era sentito sfidato dallo sguardo del ragazzo e così aveva deciso di affrontarlo. Tale atteggiamento è ritenuto, tra l’altro, inverosimile dal momento che Italo, da subito dopo l’incidente, si teneva lontano da Vasto, perché stava male e temeva l’incontro con chi lo minacciava sul web.

Ritengo comprensibile, pur nella netta inammissibilità, le motivazioni che hanno portato Di Lello a compiere un atto così crudele: la disperazione più cieca e il disorientamento viscerale. La mancanza di coraggio nel toccare con mano le radici del suo dolore, per poterlo comprendere e gestire, ha ingrigito la linea che divide bene e male, l’ha sfumata fino a renderla necessaria, ma non sufficiente, non moralmente vincolante.

Ritengo, allo stesso tempo, incomprensibile l’atroce stupidità basata su un malsano desiderio di sangue e lacrime di chi ha insultato e minacciato Italo, tirando un sospiro di sollievo per la sua morte: dalle vittime di bullismo virtuale, vessate sui social, che si tolgono la vita, alle mine vaganti, deboli nella mancanza di un amore, che era ossigeno per i polmoni, che uccidono come se questo sanasse ogni ferita. Le vittime si moltiplicano, vite sprecate, vite che avrebbero potuto rendere felici ed esserlo altrettanto, che avrebbero reso migliore o peggiore questo spicchio di terra in cui ci muoviamo, ma che l’avrebbe reso per questo ancora più nostro. Il sale sulla ferita brucia per un motivo, perché disinfettando, purifica e fa strada alla guarigione: quello che voglio dire è che il passaggio doloroso, quello del sale, è indispensabile, perché va a fondo e si insinua anche nelle spaccature più piccole per un motivo, per farcele sentire e ricordarci di proteggerle di lì in avanti. Nessuno ha il diritto di muovere i fili di un orrore simile stando nascosto, e quindi dico: se sei tanto forte da gioire di fronte a una bara bianca, mettici la faccia, non le dita.

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