L’immigrazione vista attraverso Baricco

L’immigrazione vista attraverso Baricco

Siamo diventati così esperti oggi. Sappiamo tutto di tanti e svariati argomenti, millantiamo conoscenze e opinioni su una quantità così ampia di argomenti che spesso tendiamo a sovrapporli gli uni con gli altri. Abbiamo i nostri motori di ricerca, questo è certo, che ci aiutano e ci formano per poi sfoderare altissime conversazioni su temi politici, sociali, ambientali, culturali.

La triste verità è al contrario che oggi non sappiamo più nulla, non riusciamo più a crearci un’opinione che sia una, la quale non risulti viziata da articoli altrui, dibattiti in qualche talk show serale dove gli opinionisti vomitano sentenze a tutto andare e inevitabilmente riescono a farci entrare in testa le loro parole. Per intenderci, non siamo sicuramente tutti pecoroni incapaci di esprimere liberamente il proprio pensiero, e tante grazie.

Un soggetto che riesce ancora ad incantare con le sue parole è questo autore di Torino, sul quale si sono dette raccontati tanti e acidissimi fatti, uno di quei personaggi che o lo si ama o lo si odia, che se la tira (forse) e… che riesce a raccontarti un romanzo (sia ben chiaro, non un suo scritto), in un modo talmente particolare da fartelo apprezzare fin da subito.

Così Alessandro Baricco, autore torinese ed esponente di quel filone di cui poco sopra, lunedì 2 ottobre ha incantato per quasi due ore un pubblico variopinto e ricchissimo, presso le ex officine di Mirafiori, in diretta televisiva per Rai3, leggendo e commentando alcuni brani del romanzo di Steinbeck “Furore”.

Nella giornata del 3 ottobre infatti si è celebrata la seconda giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione: per affrontare una tematica simile ci vuole tatto, delicatezza, informazione e cultura. Tutti tratti che Baricco ha e che ha saputo trasportare anche in questa serata un po’ più fredda delle altre in cui le persone sono state in piedi ad ascoltarlo raccontare la storia della migrazione di una famiglia lungo la Route 66, dall’Oklahoma fino alla California.

Non ci sono buonismi nelle sue parole, ma chi conosce e apprezza Baricco lo sa: non ci sono parole infiocchettate, ma solo i fatti brutali, difficili, complicati, così come lo stesso autore li racconta nel suo romanzo: un’opera universale, scritta nel 1939, ma che riesce a dimostrare la sua attualità ancora oggi, soprattutto se c’è qualcuno capace di fartelo apprezzare e fartelo vedere con degli occhi completamente diversi.

Difficile esprimere a parole come Baricco riesca a darci un dipinto di una famiglia che niente è se non quella dei nostri vicini, o del signore che stava in coda davanti a noi al supermercato: una madre (la vera roccia della famiglia), un padre, i loro figli (dove i più piccoli dimostrano di non appartenere e non voler nemmeno tentare di capire la tragedia che sta affrontando la loro famiglia).

La lettura di un pezzo del romanzo in cui la mamma sta cucinando per questo nucleo così numeroso  e che non sa nemmeno se quello che ha preparato possa bastare per sfamare la metà delle persone sedute a tavola. Il concetto della fame che ritorna per tutto il romanzo, come se Steinbeck stesso volesse fare in modo di non farcelo dimenticare mai, proprio perché oggi è un concetto a noi spesso sconosciuto.

Il tutto reso ancora più soave da Francesco Bianconi dei Baustelle, il quale si è occupato dell’accompagnamento musicale, scegliendo una musica che calzava a pennello con la voce di Baricco.

Al termine, un pensiero rimane costante nella mente di chi lo ha ascoltato: sarebbe bello avere un Baricco sul comodino che ci legga, ogni sera, un pezzo di qualche libro.

Rebecca Cauda

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