Cos’è la dipendenza? Da un gelato al pistacchio alle ragioni della dopamina

Cos’è la dipendenza? Da un gelato al pistacchio alle ragioni della dopamina

Come di consuetudine, cari lettori, questa settimana il mio sguardo e la sete di curiosità mi hanno portato in un altro angolo di routine quotidiana. Nel pieno dell’estate, con il caldo che giace su di noi, il nostro corpo gocciolante e dondolante trova ristoro in una bontà tipica della nostra tradizione culinaria. Il gelato.

Ero al bar/gelateria sotto casa, era metà mattinata e stavo prendendo un caffè mente scambiavo due chiacchiere con le dipendenti del locale. Dopo qualche minuto, una signora con suo figlio entrarono, ed il piccolo in preda al desiderio più sfrenato chiedeva in continuazione il pistacchio: “mamma il gelato al pistacchio, il pistacchio!”. Tempo di preparalo su un cono piccolo, che il bimbo lo afferrò con la voracità di una tigre della Malesia alle prese con un trancio di carne, che da mesi era a dieta con broccoli e fiori di loto, che incominciò ad ingurgitarlo.

Il fattore che ha attirato la mia attenzione non è stato tanto la frenesia con il quale richiedeva il gelato, ma il volto “appagato” che continuava a bramarlo come fosse l’ultimo gelato al mondo.

C’erano nei suoi occhi una grezza forma di ossessione da quel gusto, una sorta di chiodo fisso da quella dolce squisitezza. Capisco che lì facciano un ottimo gelato, ma qui cera qualcosa di più.

Insomma questa immagine ha fatto il giro della mia testa, proiettando immagini, riflessioni e domande. Poteva quel bambino essere dipendente dal pistacchio?

Considerando questa parola, dipendenza, un argomento che rimbalza su molte facciate del contesto sociale quale viviamo. Ci verrebbe in mente come prima immagine la dipendenza dal fumo, o la dipendenza dalla shopping, nella chiave post moderna, la dipendenza dai selfie.

Ma cos’è la dipendenza?

“Io dipendo da”

Questa ricerca mi ha portato ad analizzare tale significato iniziando da un mondo più delicato e complesso nella sua chiave di lettura. La dipendenza dalla droga.

Ci siamo abituati a sentire fin da piccoli che la droga crea dipendenza, è un danno per noi e se ne entri è difficile uscirne.

Se avete mai osservato un tossicodipendente, vorrei che richiamaste alla memoria tale scena con le parole di un romanziere egiziano Mahfouz che scrisse: “niente ricorda gli effetti di una triste esistenza umana così graficamente come il corpo umano “.

Queste persone perdono tutto, la loro bellezza, la solarità, il sorriso, la vivacità, le relazioni umane e alla fine spesso perdono la loro vita.

Eppure non c’è niente che li riesca a spingere fuori dalla loro dipendenza.

La dipendenza è più forte, e la domanda è: Perché?

Paura di “vivere”

Un tossicodipendente in una intervista disse: “non ho paura di morire, ho più paura di vivere”. E la domanda che dobbiamo porci è perché le persone hanno più paura della vita?

Se si vuole comprendere la dipendenza, non potete guardare a cosa c’è di sbagliato nella dipendenza, ma guardare a cosa c’è di “buono” in essa. In altre parole: cosa raggiunge la persona dalla dipendenza che altrimenti non ha?

Quello che si ottiene è un sollievo da un dolore, un senso di pace, un senso di controllo, un senso di quiete davvero molto temporanei,

Ed allora la domanda successiva è: perché queste qualità mancano nelle loro vite? Che cosa gli è accaduto?

Se analizzate tipi di droghe come l’eroina, morfina, codeina, cocaina, alcol sono tutti di base degli “antidolorifici”. Tutti in un modo o nell’altro calmano il dolore, ed ecco perché il vero interrogativo da porsi sulla dipendenza è: non perché la dipendenza, ma perché il dolore?

Leggendo la biografia di Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, oltre a chiedersi come diamine fa ad essere ancora vivo, considerando appunto il passato immerso di non so quante tipo diverso di droghe, egli scrive: “la dipendenza riguarda tutto la ricerca dell’oblio (della coscienza) e del dimenticare”.

Immaginiamo di cosa egli stia parlando, di quel disagio di stare con se stessi, di fuggire dalla propria mente.

R.D Lang, celebre psichiatra britannico sostiene che ci sono tre cose di cui le persone hanno timore: la morte, le altre persone, e le loro menti.

Si prova a non pensare alla propria quotidianità, usando qualche droga ci si riesce. Oppure ci si distrae con il lavoro diventando dei stacanovisti, oppure comprando cose, diventando compulsivi all’acquisto.

Ci sono persone che spendono un mucchio di soldi, ad esempio, nelle macchine per le slot machine, addirittura indebitandosi. Magari tralasciando le responsabilità quotidiane, mentendo alle persone care, come farebbe qualsiasi “drogato”.

Un qualsiasi comportamento che dà un sollievo temporaneo, un piacere temporaneo, ma che nel lungo termine provoca danni, porta conseguenze negative, e non si riesce a smettere nonostante quelle conseguenze negative”.

Da questa ampia prospettiva, si intuisce che ne esistono davvero molte di dipendenze, dalla droga, dal sesso, da internet, dallo shopping, dal cibo.

C’è una idea che deriva dal buddhismo, sul “fantasma affamato”. I fantasmi affamati sono creature dalle grandi pance vuote, piccoli colli magri e con minuscole boccucce, cosi che non ne hanno mai abbastanza. Non riescono mai a riempire questo vuoto interiore che hanno.

In questa attuale società, credo che ce ne siano di “fantasmi affamati”. Tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo questo vuoto; e quello che si fa è di riempire questo vuoto “esteriormente”, con ogni tipo di dipendenza.

Ora, se provate a rispondere alla domanda: “perché queste persone stanno soffrendo?”, non potete non guardare le loro vite.

La loro vita li ha maltrattati

Tutto comincia in genere dall’infanzia, da diversi tipi di maltrattamenti. Da abusi, abbandoni, ferite emozionali. Ecco il perché del dolore.

Il cervello umano si sviluppa in interazione con l’ambiente, non è solo “programmato” dalla codificazione genetica. Il tipo di ambiente formerà di fatto lo sviluppo del cervello.

Vi illustro un esperimento svolto con dei topolini a tal proposito: si prende un topolino, gli si mette del cibo nella bocca e lui lo mangia, ne è felice e lo ingoia. Ma se mettete il cibo a terra a qualche centimetro lontano dal suo naso, non si muoverà per mangiarlo, resterà lì a morire di fame piuttosto che mangiarlo.

Perché? Perché, in questo caso, gli sono stati rimossi geneticamente i ricettori per la sostanza nel cervello chiamata dopamina. La dopamina è la sostanza dell’incentivo, della motivazione. La dopamina scorre nel nostro cervello ogni volta che siamo motivati, eccitati, vitali, curiosi di qualcosa.

Senza la dopamina non abbiamo motivazioni

Sapete cosa ottengono i tossicodipendenti quando assumono un tipo di droga? Quando assumono cocaina, ad esempio, il loro cervello assorbe scariche di dopamina.

Cosa accade ai loro cervelli in primis?

È un mito che le droghe creino dipendenza di per sé, visto che molte altre persone che le provano non diventano dipendenti. Allora la questione è: perché alcune persone sono più vulnerabili a diventare dipendenti?

Ad esempio, il cibo non è assuefacente, ma per alcune persone lo è.

Da cosa è causata questa suscettibilità?

C’è un altro piccolo esperimento con altri topolini dove i topi neonati, se vengono separati dalle madri, non piangono per chiamare le madri. Cosa accade da lì a poco a questi topini? Moriranno, perché solo la madre può proteggere la vita del piccolo e se ne prende cura.

Questo accade poiché non si sono sviluppati in via genetica i ricettori per le endorfine, nella parte del cervello che gestisce l’attaccamento limbico. Le endorfine sono le nostra sostanze endogene simili alla morfina, sono i nostri antidolorifici naturali.

Essa, inoltre, è una sostanza molto importante, poiché rende possibile l’esperienza dell’amore. Rende possibile l’esperienza di attaccamento dei neonati ai genitori e viceversa.

Ecco perché questi topini senza ricettori per le endorfine non piangono per chiamare la loro mamma.

In altre parole, le dipendenze da queste sostanze agiscono sul “sistema delle endorfine”. Ecco perché funzionano.

Da qui una ovvia domanda: “Cosa è successo a queste persone che hanno bisogno di agire esteriormente per avere queste sostanze?”.

Quando non si ha amore o connessione emozionale nella tua vita, quando sei molto piccolo, questi fondamentali circuiti celebrali rischiano di non svilupparsi come dovrebbero.

E sotto condizioni di maltrattamento, privazioni e inottemperanze emotive, questi rilevanti connessioni cerebrali diventano iper-suscettibili nel caso si prova un certo tipo di sostanza stupefacente. Si sentono sollevati, accettati, amati.

Nella mia vita passata, ho avuto quello stesso vuoto, in una misura differenti da un tossicodipendente. Da piccoli, chi più chi meno, si vivono alcuni tipo di esperienze, come le separazioni, i conflitti domestici, i disagi scolastici come mere messaggi di un mondo che non ti vuole, poiché il “mondo” di cui facevo parte non era felice con me, allora voleva dire che non mi voleva.

In misura appunto disuguale, alcun persone sviluppano una ossessione in faccende che possono almeno essere utili, il mio era l’approccio alla risata, al divertire gli altri, con buffonate e intrallazzi.

E senza accorgersene trasmettiamo questo messaggio di shock, sofferenza, inconsciamente da una generazione all’altra, anche a chi vorrebbe il nostro bene e si prodiga per aiutarci.

Ovviamente, ci sono molti modi per riempire questo vuoto, e per ogni persona sono diversi, ma quel vuoto è sempre collegato con quello che ci è mancato quando eravamo molto piccoli.

Poi guardiamo quelle persone che chiamiamo drogati e gli diciamo: “come puoi fare questo a te stesso? Come puoi iniettarti quella roba?”

Ma diamo un occhio a quello che stiamo facendo noi alla terra! Riversiamo sostanze di ogni tipo nell’atmosfera, negli oceani e nell’ambiente che ci sta uccidendo, che sta uccidendo la terra!

Allora cos’è peggio? La dipendenza dai combustibili fossili? Quale causa il danno maggiore?

Alla fine dei giochi, incolpiamo i drogati perché vediamo che noi siamo proprio come loro e questo non ci piace.

La domanda che si pone ora è: se si può capire la sofferenze di queste persone, e come questa sofferenza li rende malati che trovano sollievo dal dolore con la droga, cosa dire allora delle persone che hanno distrutto le loro vite per generazioni? Di cosa sono drogati loro?

Capendo la sofferenza, capiremo come porgergli la mano

Ciò che ho capito, con questa ricerca sul concetto di dipendenza, è che esistono persone che in realtà portano in grembo un enorme supplizio; catene in cui inciampano di continuo.

Non c’è da stabilire in conclusione di chi è la colpa; una serie concatenata di eventi li ha portati a smarrirsi, a trovare nell’ombra un finto riparo.

Cosa possiamo fare noi? Porgere una mano gentile.

Come Dostoevskij disse che:” la bellezza salverà il mondo”; anche una sorriso può rendere la vita di qualcuno un po’ migliore; un abbraccio può dare tanta dopamina, anche di più di una sostanza sintetica.

Aprire le porte della compassione e della comprensione anche a chi ha commesso degli abbagli. Anche chi è stato aggressivo ed egoista. Poiché la natura umana è tutto l’opposto.

La natura umana è cooperativa, generosa ed aperta alla socialità. Credo e sostengo, come in ogni scritto, che per quanto il mondo possa sembrare tetro e cupo, il barlume verde della speranza rimanga sempre acceso.

Citando Jim Morrison: “La vera felicità non è in fondo a un bicchiere, non è dentro a una siringa: la trovi solo nel cuore di chi ti ama”.

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