Dall‘Igiene dentale a quella emozionale

Dall‘Igiene dentale a quella emozionale
fonte immagine: www.st.depositphotos.com

Avete i capelli in ordine? La giacca ber stirata? Il rossetto non sbavato? E i denti l’avete lavati?

Tranquilli lettori, non sto cercando di capire se siete perfettamente in linea per sfilare o posare su un set fotografico.

Questa volta ho posto in rilievo l’immagine per il quale, ognuno di noi, durante l’arco della giornata, trascorre un determinato arco di tempo di fronte ad uno specchio, o ancora più spesso oramai davanti ad una fotocamera del proprio cellulare, per controllare se tutto è in ordine. Capelli raccolti e puliti, barba ben fatta, stile del jeans perfetto, smalto in tinta con la maglia, ecc.

In media, le ore che si occupano di fronte ad uno specchio, in un anno, sono circa 73. Wow! Ma è tantissimo!

Ci mettiamo lì di fronte al nostro riflesso con la costante preoccupazione che tutto quel lavoro di riassetto della nostra immagine sia impeccabile, una statua di sale immutabile a qualsiasi tipo di agente esterno; cosi presi dal nostro egocentrismo accanendoci se qualche “imperfezione” spunta fuori.

“Dai, che figura ci faccio se mi vede qualcuno!?”

La classica affermazione del famigerato “qualcuno” che si è convinti incontrare appena usciti dalla soglia di casa, il quale non perderà altro tempo che giudicare ogni singola piega e capello con tanto di cartellina, paletta dei voti stile “ballando sotto le stelle” e sguardo tipicamente rammaricato per ciò che ha trovato.

Umorismo a parte, la nostra attuale società, ci pone davanti in modo variegato e tormentoso il concetto esteta, di come sia importante la cura del nostro corpo e come sia fondamentale trasparire un immagine di noi al mondo di pulita e uniforme.

Sia chiaro lettore, che anche per chi scrive, crede che il benessere del proprio lato esteriore abbia il giusto peso e che valga salvaguardato e messo in buona considerazione. Qui si sottolinea la forma “sproporzionata” della questione, e in particolar modo il pensiero della predilezione

Questa predilezione per il corpo, piuttosto che per la mente si vede dappertutto.

Vi racconto una scena al quale sono stato spettatore.

Di recente sono stato a cena a casa di amici. Il loro bimbo di appena 5 anni si stava preparando per andare a letto. Era in piedi su un rialzo al lavandino del bagno che si lavava i denti quando è scivolato e si è graffiato il ginocchio cadendo a terra. Nulla di grave per fortuna, tanto da non versare neanche una lacrima. Si sollevò, risalì sul rialzo alla ricerca di un cerotto da porre sul graffio.

Dunque; questo bimbo sapeva a malapena bere il latte da una tazza, eppure sapeva che bisogna coprire una ferita per evitare l’infezione e che ci si deve spazzolare bene i denti almeno due volte al giorno per non andare in contro a delle carie.

Sappiamo tutti come prenderci cura della nostra salute e come praticare l’igiene dentale, giusto? Lo sappiamo almeno da quando abbiamo 5 anni.

Da qui nasce la domanda. Cosa sappiamo, invece, sul mantenimento della salute psicologica? Beh, aimè tra il poco e il niente. Non è vero?

Cosa insegniamo a nostri bambini su quello che gli psicologi chiamano “igiene emozionale”? Niente.

Come è possibile che passiamo più tempo a prenderci cura dei nostri denti, o della nostra immagine, del nostro corpo, che delle nostre menti?

Patiamo molto più spesso per ferite psicologiche che per ferite fisiche nell’arco di una vinta intera; ferite come il fallimento, la perdita, la solitudine. E possono anche peggiorare se le ignoriamo; possono avere un effetto sulle nostre vite in modo drammatico. Eppure, anche se abbiamo solide tecniche scientificamente provate per curare queste tipi di ferite, non lo facciamo.

A volte neanche ci viene in mente che dovremmo considerarli come tali: “Oh, ti senti depresso? Non ci pensare e beviti un goccetto, è tutto nella testa!”

Immaginate di dirlo ad una persona che ha un braccio rotto: “Oh, non ci pensare! È tutto nel tuo braccio!”.

È tempo di colmare il divario tra salute e benessere fisico e psicologica

È tempo di trattarle in modo equo tanto quanto il modo accurato quando ci passiamo la spazzola tra i capelli.

Ricordo la pessima sensazione che provai nel primo viaggio che feci da solo per lavoro. Ero appena diciottenne con un forma smagliante di un ragazzotto all’avventura, ma dentro una piccola fragilità che si correlava alla distanza da casa, agli affetti che avevo lasciato dall’altra parte del globo. All’epoca le chiamate internazionali erano costose e solo ogni tanto ce le concedevamo tra me e la mia famiglia. Nella prima notte che arrivai nell’isola di Cipro, sapendo che mio padre era a conoscenza dell’orario di arrivo, accessi il telefono appena sceso dall’aereo e attesi la sua chiamata. Quella chiamata non arrivò.

È stata una delle notti più brutte della mia vita. Non capivo per quale motivo mio padre non mi chiamò; ero persino preoccupato fosse successo qualcosa.

La mattina successiva, venni chiamato dalla hall dell’albergo dove ero alloggiato. Era mio padre. Gli chiesi cosa fosse accaduto sul perché non mi chiamò la sera precedente. Mi spiegò che per ragioni legate al tipo di contratto telefonico non potevo ricevere telefonate internazionali. Sospiro di sollievo.

Anche lui era preoccupato non riuscendo a chiamarmi, tanto da dirmi: “Ma se hai visto che non ti stavo chiamando, perché non hai provato te?”. Già, perché non ho provato?

Non avevo una risposta anni fa, ma credo di averla oggi. Solitudine.

La solitudine crea una ferita psicologica profonda, che distorce le nostre percezioni e ci confonde i pensieri. Ci fa credere che a chi è intorno a noi importi meno, di quanto è in realtà. Ci rende timorosi di farci avanti. Perché andare in cerca di rifiuto e tristezza quando il cuore sta già facendo più male di quanto tu riesca a sopportare?

Ero alle prese con la vera solitudine, allora, ma ero sempre circondato da persone, quindi non me ne rendevo conto. Ma la solitudine si definisce solo soggettivamente. Dipende solo da come ti senti emotivamente o socialmente disconnesso da quelli intorno a te, ed io mi ci sentivo.

Ci sono molte ricerche sulla solitudine e sono terrificanti. La solitudine non ti rende solo triste. Ti uccide, letteralmente.

La solitudine cronica aumenta la probabilità di morte precoce del 14%, è causa di pressione alta, colesterolo alto, sopprime il funzionamento del sistema immunitario rendendovi vulnerabili a tutti i tipi di malattie e disturbi. Infatti, gli scienziati hanno concluso che, nel complesso, la solitudine cronica rappresenta un rischio significativo per la salute a lungo termine e la longevità, come il fumo di sigaretta.

Sul pacchetto di sigarette c’è scritto: “Questo potrebbe uccidervi.” Ma non ci sono avvertimenti sulla solitudine.

Ed ecco perché è così importante dare priorità alla nostra salute psicologica e praticare l’igiene emozionale. Perché non si può trattare una ferita psicologica se non sai di essere ferito.

La solitudine non è l’unica ferita psicologica che distorce le nostre percezioni e ci confonde. Il fallimento fa lo stesso.

Immaginate un parco giochi e alcuni bimbi giocare con giocattoli identici, quel tipo di gioco che se premevi il pulsante rosso saltava fuori un pupazzo a molla. Una bimba di queste, schiacciò e tirò il bottone viola della scatola, vedendo che non succedeva nulla, si arrese assumendo un aria triste e affranta. Il bimbo che era a fianco a lei ha guardato la scena, ha guardato la sua scatola ed è scoppiato a piangere senza neanche toccarla.

Nel frattempo, un’altra bimba provava a fare quello che le veniva in mente, finché non schiacciò il bottone rosso facendo uscire il pupazzo a molla, manifestando un sorriso di contentezza.

Quindi abbiamo 3 bambini, con 3 identici giocattoli, ma con reazioni molto diverse al fallimento. I primi due erano perfettamente in grado di schiacciare il pulsante rosso. L’unica cosa che ha impedito loro di farcela, è stato il brutto scherzo giocatogli dalla loro mente che gli ha fatto credere non riuscirci.

Gli adulti vengono ingannati allo stesso modo, continuamente.

Infatti tutti abbiamo una serie meccanica di sensazioni e convinzioni, attivate ogniqualvolta si incontrano frustrazioni e arrese. Siete consapevoli di come la vostra mente reagisce al fallimento? Dovreste esserlo.

Perché se la mente prova a convincervi che non siete in grado di fare qualcosa, e voi ci credete, come quei bambini nel parco, cominciate a sentirvi deboli, e smetterete di provarci presto, o non provereste neanche; e a quel punto sarete ancora più convinti di non potercela fare.

Ecco perché, cari lettori, molte persone agiscono al di sotto del proprio potenziale. Perché qualcosa lungo la strada, a volte anche un singolo fallimento, convince che non possono farcela e ci credono.

Una volta che ci convinciamo di qualcosa è molto difficile cambiare idea. Ma fortunatamente non impossibile.

La nostra mente fatica a cambiare idea, quando siamo convinti di qualcosa; quindi è naturale sentirsi sconfitti, demoralizzati dopo un fallimento, ma non possiamo permetterci di convincerci di non potercela fare; bisogna combattere i sentimenti di debolezza e prendere il controllo della situazione.

C’è la necessità di spezzare il circolo vizioso prima che cominci

La nostra mente ed le nostre emozioni a volte non sono quegli “amici” cosi fidati che crediamo; sono un come una persona lunatica, che può essere dalla tua parte per un momento e totalmente in versione opposta nel momento successivo.

Immaginate di conoscere una persona in queste diffuse chat on line; dopo una serie di chiacchiere decidi di incontrarla. Hai un aspettativa positiva poiché tra le conversazioni che hai avuto ti è parso di notare atteggiamenti propositivi. Vi vedete in un bar, e appena dopo 10 minuti di conversazione, la persona in questione dice:” Grazie per l’incontro, ma non sono interessato.”

Il rifiuto è estremamente doloroso, soprattutto per persone che l’hanno vissuto più e più volte. Una forma di shock che nella mente della persona coinvolta fa si da dire a se stessa che non avrebbe meritato quella attenzione da quella persona, che è una “perdente” con poche e scarne qualità:” Perché una persona interessante e di successo dovrebbe aver a che fare con una persona come me?”.

È una pratica che applichiamo tutti noi, consciamente e non, specialmente dopo un rifiuto. Cominciamo a pensare a tutte le nostre colpe, tutti i nostri difetti, come vorremmo essere, come non vorremmo essere, ci insultiamo addirittura; magari non così duramente, ma lo facciamo tutti.

È curioso osservare che lo si fa nel momento in cui la nostra autostima sta già soffrendo. Perché dovremmo voler andare avanti e guastarla ancora di più?

Non danneggeremo ancora di più una ferita fisica di proposito; non vi fareste un taglio sulla gamba e dire:” Oh, sì! vediamo quanto riesco ad andare in profondità!”. Ma è così che facciamo con le ferite psicologiche, tutto il tempo.

Perché? Per mancanza di igiene emozionale. Perché non diamo la priorità alla nostra salute psicologica.

Sappiamo grazie a decine di studi che quando l’autostima si abbassa si diventa più vulnerabili allo stress e all’ansia; i fallimenti fanno più male e ci vuole più tempo per riprendersi.

Quindi quando veniamo rifiutati, la prima cosa che si dovrebbe fare è rianimare l’autostima, non prenderla per i capelli e gettarla dal sesto piano. Quando siete in balia del dolore psicologico, trattatevi con la stessa compassione che vi aspettereste da un buon amico.

Dobbiamo riconoscere le nostre abitudini psicologiche e cambiarle

Una delle più diffuse ed insane si chiama ruminazione. Ruminare significa ripensarci costantemente. Quando vostra madre vi rimprovera, o il vostro responsabile d’ufficio vi segnala un errore in modo brusco, o quando agite in modo da riconoscere in seguito un atteggiamento stupido, e non riuscite a smettere di pensare a quella scena per giorni, o settimane, ruminare di eventi che ci hanno sconvolto può così diventare facilmente un’abitudine. Un abitudine molto costosa.

Passando molto tempo nel porre il nostro focus su pensieri negativi, che sconvolgono, si genera il rischio significativo di sviluppare depressioni cliniche, alcolismo, disordini alimentari, e malattie cardiovascolari.

La questione è che l’urgenza di ruminare può essere percepita in modo molto elevato, perciò si classifica come un’abitudine difficile da abbandonare. Posso affermarlo, inoltre, per esperienza diretta. In un periodo della mia vita per il quale mia nonna, cui ero molto legato, riscontro un tumore che la travolse per mesi sino a spegnerla del tutto.

Non riuscivo a non pensare a quello che stava passando, alle sensazioni cosi spinose e deliranti che sentiva. Non si lamentò mai, neanche una volta. Possedeva quell’atteggiamento estremamente positivo e rigoroso. Era una donna davvero forte e tenace.

L’umore era davvero basso in quell’appartamento, e nonostante tutto, per dare la possibilità a tutti di sorridere per almeno un momento, sapevo cosa fare.

Gli studi dicono che anche pochi minuti di distrazione sono sufficienti per interrompere quel senso di urgenza di ruminazione in quel istante. Si fa la differenza.

Ogni volta che avevo un pensiero negativo, preoccupante, catastrofico cercavo di concentrarmi su qualcos’altro finché non passava. E nel giro di poco tempo, il mio intero aspetto nei confronti del mondo cambiò, diventando più positivo e speranzoso.

Passando all’azione quando vi sentite soli, cambiando le reazioni dal fallimento, proteggendo la vostra autostima e combattendo il pensiero negativo, non solo contribuirete a guarire le vostre ferite fisiche, ma costruirete la vostra resilienza emotiva, risboccerete.

Giusto un centinaio di anni fa, le persone iniziarono a occuparsi di più della propria igiene personale, e le aspettative di vita aumentarono di più del 50% nel giro di pochi anni.

Credo fortemente che la qualità della nostra vita potrebbe aumentare significativamente se cominciassimo a praticare anche l’igiene emozionale. Riuscirete a immaginare come sarebbe il mondo se tutti fossero psicologicamente più sani? Se ci fosse meno solitudine e meno depressione? Se la gente sapesse come riprendersi da un fallimento? Se si sentisse meglio in se stessa e più forte? Se fosse più felice e più soddisfatta?

Beh…io sì. È il mondo in cui voglio vivere. Basta cambiare, informandoci, poche e semplici abitudini per realizzare la realtà in cui vogliamo vivere.

E voi lettori? Lo vorreste un mondo così?

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