Realtà aumentata, il futuro non è più quello di una volta

Realtà aumentata, il futuro non è più quello di una volta

L’espressione “realtà aumentata” (dall’inglese augmented reality) è entrata ormai nella consuetudine del nostro linguaggio, ma cosa definisce esattamente? E azzarderei anche un passo successivo, per esigenza di chiarezza, cioè qual è la differenza tra la realtà aumentata e quella virtuale?

Realtà aumentata e realtà virtuale

La realtà aumentata è un sistema che aggiunge in tempo reale contenuti e animazioni virtuali attraverso una grafica interattiva ed un flusso di video live. Viene così implementata la percezione sensoriale umana grazie a tutta una serie di informazioni che non potremmo esperire solamente attraverso i nostri cinque sensi.

La differenza fra realtà aumentata e realtà virtuale è sostanzialmente che nel virtuale siamo immersi e agiamo in un mondo artificiale, cioè costruito totalmente da immagini e suoni creati virtualmente da un computer, nel quale il punto di vista rimane soggettivo; mentre la realtà aumentata usa supporti, quale può essere lo smartphone, per integrare il reale con il virtuale grazie ad un software.

Riassumendo, realtà virtuale = mondo virtuale / Realtà Aumentata = mondo reale + oggetti virtuali.

Sono quindi due realtà “vicine”, connesse e con tecnologie alla base molto simili, anche se hanno un principio di fondo differente: la realtà virtuale è immersiva, cioè passa da visori che lasciano fuori il mondo che ci circonda; la realtà aumentata invece mantiene il collegamento con l’esterno, quindi non servono per forza visori.

Non c’è nulla di malefico o negativo a priori, ma tornando al punto di partenza sorgono domande su come evolverà questa tecnologia e come evolveremo noi con essa.

Qualche piccolo esempio di realtà aumentata

Con realtà aumentata non si riferisce solamente ai tanto citati Google Glass, ma anche a un dispositivo come Vein Viewer che aiuta i medici ad individuare il punto preciso in cui effettuare un’iniezione proiettando sulla pelle del paziente le immagini delle sue vene; o a Word Lens, che ci permette di “riconoscere / tradurre / visualizzare con immagine” parole che non conosciamo attraverso la fotocamera del nostro telefono cellulare; o all’utilizzo di elementi virtuali per consentire un’esposizione controllata durante una terapia per curare la fobia dei ragni grazie ad un sistema composto da un computer collegato ad una videocamera e ad un casco virtuale che mescoli la scena reale con il virtuale.

Guardando però il cortometraggio del filmaker e designer giapponese Keiichi Matsuda come non chiedersi che ne sarà di questo aumento introdotto nella realtà? Avverrà un uso continuativo e parossistico della tecnologia che da utile compagna si trasforma in mantide? Sei minuti che ci catapultano in un ipotetico futuro prossimo fatto di marketing ossessivo, come ossessiva e angosciante diventa la dipendenza da questa modalità che media e trasforma l’esistenza in un overload informativo perpetuo, il cui obiettivo non è vivere ma raccogliere punti.

Realtà aumentata o orientata?

Il filosofo Eric Sadin suggerisce infatti il termine di realtà orientata al posto di aumentata, dato che è inevitabile il massiccio utilizzo in quella direzione, all’interno di un capitalismo sempre più malato e alla ricerca di nuove possibilità di seduzione grazie alla geolocalizzazione di persone e luoghi.

Per questo è imperativo mantenere un’attenzione sul fatto che prima della realtà aumentata c’è la realtà e dentro la realtà c’è l’uomo. Un uomo che dovrebbe preservare quel sentimento di stupore e sorpresa che si prova davanti al mondo e che fa nascere l’interrogarsi senza tempo del senso di se stessi e di ciò che ci circonda. Se attraverso l’utilizzo di qualsivoglia tecnologia l’uomo smette di guardare con meraviglia l’esistenza e l’esistente, non stiamo aumentando ma diminuendo la realtà.

C’è una foto twittata tempo fa dal filosofo francese Michel Onfray in cui si vede un gruppo di ragazzi e ragazze al museo Rijksmuseum di Amsterdam con il capo chino sul proprio smartphone, spalle girate alla Ronda di notte di Rembrandt.

Michel Onfray Sans commentaireIl commento di Onfray era un «sans commentaire». Ammettiamo anche che qualcuno di questi ragazzi stia utilizzando un motore di ricerca per “aumentare” le informazioni relative al quadro o al pittore, quanto questo “aiuto” aggiunge alla reale capacità di comprensione, di saper alzare lo sguardo, di stupirsi e meravigliarsi di fronte alle persone e alle cose, che sia un quadro o chi ci sta a fianco?

Realtà aumentata, uso e non abuso

«Le problème avec notre époque est que le futur n’est plus ce qu’il était!» scriveva nel 1931 il poeta Paul Valery.

Il futuro non è più quello di una volta, geniale. Un dire che spesso è riferito al presente e serpeggia nelle varie considerazioni che vengono fatte in merito ad ogni cambiamento in atto. Quindi difficile parlare di realtà aumentata senza incappare in una visione parziale, di esaltazione o demonizzazione, di un dato di fatto in atto che non si può negare in toto, come nemmeno accettare senza un minimo di riflessione.

Difficile quindi limitarsi alla descrizione di cosa sia, nel pratico, la realtà aumentata senza sollevare la questione che l’utilizzo di questa comporta.

Si pone pertanto una domanda all’apparenza banale e scontata, a cui non è così semplice dare una risposta: “cos’è la realtà?”. Quale realtà io aumento? È solamente una questione di informazioni aggiunte ad una realtà oggettiva che non viene alterata? E se anche così fosse, questa modalità di “leggere” la realtà che cambiamenti scatena in noi, immersi in un flusso continuo di trasformazioni che il progresso – cioè l’andare avanti – determina?

Per il Wittgenstein del Tractatus Logico-Philosophicus il mondo è tutto ciò che accade, quindi la totalità dei fatti, non l’insieme delle cose. Aldous Huxley mette invece in evidenza come la realtà non sia meramente ciò ci accade, quanto piuttosto ciò che facciamo con quello che ci accade, cioè con l’esperienza fatta.

In Della certezza Wittgenstein ci ricorda quando sia cruciale e quante implicazioni comporti lo snodo — che come quello ferroviario ci porta su un binario piuttosto che un altro — che si crea nell’intreccio tra l’io che si forma e il mondo che lo circonda e si impone indipendentemente dalla volontà propria: «Il bambino impara a credere a un sacco di cose. Cioè impara, per esempio, ad agire secondo questa credenza. Poco alla volta, con quello che crede si costruisce un sistema e in questo sistema alcune cose sono ferme e incrollabili, altre sono più o meno mobili. Quello che è stabile, non è stabile perché sia in sé chiaro o di per sé evidente, ma perché è mantenuto tale da ciò che gli sta intorno».

«I understand how, I don’t understand why» scriveva Orwell in 1984. Come funziona la realtà aumentata è chiarissimo, ma il perché è costantemente da capire e indagare: «In fin dei conti, come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?».

Mente sotto controllo o controllo della propria mente. In definitiva la realtà aumentata dovrebbe essere solo una possibilità in più, alla quale di volta in volta poter dire sì o no.

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